«SAN FERMIN - San Fermin» la recensione di Rockol

San Fermin - SAN FERMIN - la recensione

Recensione del 21 nov 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Avete presente la corsa dei tori a Pamplona per il Festival di San Firmino? Da noi se ne parla ogni anno più che altro per raccontare di qualcuno incornato o schiacciato da queste povere bestie. Però a certi piace. A Ellis Ludwig-Leone piaceva così tanto che ha deciso di chiamare così il suo progetto musicale, e ha scelto un toro per la copertina del suo primo, omonimo disco. Per farla breve, Ellis è un ragazzo di Brooklyn con la passione per la musica, che, finito il college (Yale), ha deciso di prendersi un po’ di tempo per comporre. Dove? A Banff, Montagne Rocciose, stato di Alberta. Via da tutto e da tutti, in stato di semi-isolamento a combattere ansie e nostalgie pensando all’amore (più o meno corrisposto), alla vita, alla giovinezza; per sei settimane. Nasce così “San Fermin”. Della serie “scappo dalla città: la vita, l’amore e le vacche”.



Scherzi a parte, “San Fermin” è un’opera di base (alt) folk, particolarmente ricca di dettagli e molto variegata, un disco seducente che fa dell’atmosfera classicheggiante la sua arma principale. Diciassette pezzi (non pochi a dire il vero) scritti e arrangiati interamente da Ludwig-Leone ma portati in vita da una piccola orchestra formata da Allen Tate e Rae Cassidy (sono loro le voci), Rebekah Durham (violino) Stephen Chen (sax), John Brandon (tromba), Mike Hanf (batteria), Tyler McDiarmid (chitarra) e, ovviamente, da Ellis Ludwig-Leone stesso (keyboard). Messo così, il progetto San Fermin ricorda un po’ gli Arcade Fire, anche solo per questioni fisionomiche: tanta gente sul palco, una voce maschile e una femminile, album dalla tracklist corposa… E non è detto che ci si debba fermare qui eh, attenzione. C’è un bel po’ dell’inventiva degli Arcade Fire in questo “San Fermin”. E dei National (“Renaissance!”, il mezzo capolavoro “Casanova”, “Torero”, “Bar”). E di St. Vincent e My Brightest Diamond (“Crueler kind”, il singolo “Sonsick”, l’assurda “In waiting” e “True love, asleep” che paiono uscite da un concept di Shara). E di Sufjan Stevens (tutti, in modo particolare gli strumentali piazzati qui e là, vedi “At night, true love” seguita dalla sghembissima “The count”; “Daedalus (What we have)”…). E di Bon Iver (“Methuselah”). E di Beirut (se ci sono fiati, c’è Zac Condon). E diciamo che va bene così, che un’idea ce la siamo fatta e che è chiaro che stare chiusi in montagna per sei settimane a comporre è dura ed è meglio se magari ti porti qualche disco da ascoltare, com’è chiaro che se sei quello che mangi, suoni ciò che ascolti.

Ed Ellis Ludwig-Leone è uno che “suona” delicato, affascinante, a tratti epico, caldo e intimo; dal sapore antico eppure perfettamente attuale. “San Fermin” è una delle rivelazioni dell’anno. Senza ombra di dubbio.
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