«ANTIPHON - Midlake» la recensione di Rockol

Midlake - ANTIPHON - la recensione

Recensione del 12 nov 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Tim Smith è uscito dal gruppo e per molti i Midlake avrebbero dovuto fermarsi lì (o cambiare nome). Invece - come i Pink Floyd orfani di Syd Barrett, i Genesis senza Peter Gabriel, i Joy Division tramutati in New Order dopo il suicidio di Ian Curtis ecc. ecc.: la stampa si è sbizzarrita nel recuperare la casistica pù significativa dagli archivi della storia del rock - sono andati avanti, rinserrando le fila e spingendo avanti il chitarrista Eric Pulido nel ruolo di nuovo frontman. Hanno fatto bene, perché "Antiphon" è un bel disco che riprende il filo di "The trials of Van Occupanther", album rivelazione del 2006, marcando una netta discontinuità con lo scarno e a tratti involuto "The courage of others" di tre anni fa, peraltro amatissimo dalla critica soprattutto anglosassone. Smith ha gettato la spugna dopo due anni di infruttuosi tentativi di darvi un seguito (ora è concentrato su un nuovo progetto, Harp) e quella magnifica parentesi che, nel 2010, fu la collaborazione con John Grant per "Queen of Denmark", un piccolo capolavoro di songwriting spudoratamente autoconfessionale e un incontro scritto in cielo tra musicisti apparentemente distanti. Gli altri quattro, invece, si sono rimboccati le maniche e in sei mesi hanno dato forma compiuta a un disco che li conferma come una bizzarra eccezione nel panorama musicale statunitense: un gruppo texano del Duemila che qui potresti scambiare a tratti per una band della scena di Canterbury degli anni Settanta (del secolo scorso).

Merito, probabilmente, anche del nuovo produttore Tony Hoffer (Beck, Air), che alla band americana ha restituito un suono denso e stratificato, sempre ipnotico ma anche meno monotono rispetto a quello che caratterizzava l'album precedente. Niente country, poco folk: Caravan e Camel , stavolta, appaiono molto più vicini di Fairport Convention e Steeleye Span e il drumming agile e inventivo di McKenzie Smith - gran protagonista del disco, con quelle rullate continue, i cambi di tempo, i poliritmi, i "fill" ornamentali e uno spiccato senso melodico - rimanda a Bill Bruford , al Robert Wyatt dei tempi dei Soft Machine e al Michael Giles dei primi King Crimson piuttosto che ai battitori segnatempo o ai classici percussionisti di scuola "roots". Si potrebbe pensare anche ai Love di Arthur Lee (nelle strofe dolcemente acide e un po' orientaleggianti di "Ages"), ai sognanti Moody Bues o ai Quicksilver Messenger Service (nelle traiettorie serpentine e aggrovigliate dello strumentale "Vale"), durante l'ascolto di queste canzoni senza tempo e senza luogo, scritte a caratteri gotici con testi arcaici e arcani che evocano duelli, spade, tane di volpe e antiche età dell'oro (la malinconica "Provider", pezzo chiave ripreso nel finale con un arrangiamento più lento, "liquido" e onirico). Ma non si renderebbe giustizia a questa musica misteriosa, pastorale, pastosa e intricata, in cui chitarre e tastiere si amalgamano intrecciandosi con flauti, mellotron e spinette.





"Antifona" è un titolo perfetto per un disco in cui una vocalità corale di matrice quasi ecclesiastica è forse il tratto più distintivo, tra armonie all'unisono e chiamate e risposte, nelle atmosfere maestose, torpide e incantate della title track, nella gentilezza folk di "Aurora gone", nella circolarità di "This weight". Immerse in un clima nebbioso e in un continuum omogeneo che è la forza ma anche il limite di una collezione che vive di poche variazioni sul tema: il basso elettrico arrembante, melodico e in primo piano di una "The old and the young" dal finale delicatamente vorticoso, o gli staccato di chitarra elettrica di "It's going down", pop psichedelico anni '60, mentre il prog melodico di "Corruption" ricorda Steven Wilson molto più dei Fleet Foxes o delle altre band "neo folk" a cui i Midlake vengono solitamente apparentati. "Mi aspetto che senza di me raggiungano un livello di notorietà molto maggiore" li ha benedetti Smith dalle colonne di Mojo. Senza di lui, faro creativo e figura carismatica su cui si concentravano aspettative e attenzioni, il collettivo si è sentito spinto a dare il massimo, disordine e vuoto di potere hanno liberato nuove energie e magari la previsione è azzeccata: la storia insegna che non sarebbe la prima volta.
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