«TRES CABRONES - Melvins» la recensione di Rockol

Melvins - TRES CABRONES - la recensione

Recensione del 11 nov 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

La soglia dei 30 anni è dura da oltrepassare per le persone. Figuriamoci per una band. Eppure i Melvins – anche se pochi ci avrebbero scommesso – ci sono arrivati: e con questo diciannovesimo album in studio diventa quasi obbligatoria la celebrazione... che viene resa speciale con il ritorno del primo batterista della formazione, Mike Dillard – originariamente comparso solo in registrazioni demo e in qualche bootleg.
Il risultato è, come probabilmente era negli intenti, una sorta di revival protogrunge-metalloide-hard rock: roba pesante come un’incudine, intossicata da pillole a buon mercato e decine di joint, un po’ rozza e grezza come solo un branco di ventenni annoiati a morte, di Montesano (Washington), può rigurgitare nei primi anni Ottanta.
Nove brani su 12 sono stati già incisi e pubblicati dal gruppo dal 1983 a oggi, per cui quello che abbiamo in “Tres cabrones” è una sorta di rilettura, di “what if” alla ricerca degli sviluppi sonici che si sarebbero verificati se Dillard fosse rimasto nella band; i restanti tre pezzi sono cover tradizionali – “99 Bottles of beer”, “You’re in the Army now” e “Tie my pecker to a tree”. Insomma, di sorprese vere e proprie, almeno a livello di composizione, non ce ne sono.
È quindi il caso di archiviare il tutto come l’ennesimo divertissement di Buzzo & co., alla faccia di chi comprerà il disco semplicemente per fedeltà al brand Melvins? La risposta è “ni”.



“No” perché Buzz Osbourne, nonostante i suoi 50 anni e la lunga carriera, sembra avere ancora perfettamente chiaro il meccanismo che porta a ideare e suonare i riff –anzi i riffoni, quelli che ti creano gli tsunami nell’anima e titillano il tuo alter ego da rocker indefesso. Non basta l’avere a che fare con brani non del tutto inediti per smorzare questo suo talento... e a tal proposito vi sfido a uscire indenni dall’uno-due di “Dr. Mule” e “City Dump”.
“Sì” perché, oggettivamente, i Melvins hanno sfornato talmente tanti dischi davvero speciali che - in tutta onestà – risulta difficile pensare a questo “Tres cabrones” come a un lavoro serio e da raccomandare magari a chi non conosce la band... ha il sapore, piuttosto della goliardata e del disco fatto per divertirsi, alla faccia del music biz e di chi pende sacralmente dalle labbra di guru, riviste, trendmaker e hype detector.
Insomma, è chiaro che se tutto ciò fosse stato pubblicato 20 anni fa probabilmente ora sarebbe nel gotha della discografia collegata al grunge e al rock alternativo. Nel 2013, con tutta l’acqua che è passata sotto ai ponti, è solo un buon disco per nostalgici che hanno vissuto (ma per davvero, non solo per sentito dire) la saga rock epocale che i Melvins e pochi altri hanno iniziato.
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