«THE MARSHALL MATHERS LP 2 - Eminem» la recensione di Rockol

Eminem - THE MARSHALL MATHERS LP 2 - la recensione

Recensione del 06 nov 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

In un momento storico in cui i dischi non hanno più il valore che avevano in passato e che tecnicamente sono diventati delle commodities, semplici biglietti da visita per artisti che monetizzano su altro, un disco di Eminem rappresenta sempre un evento unico. Non solo perché le vendite schizzano in alto (in questo momento nella Top Ten di iTunes USA ci sono ben quattro singoli del rapper di Detroit - al #1, #3, #4 e #10 - di cui un paio che non hanno nemmeno beneficiato di una promozione radiofonica), ma sopratutto perché Eminem è uno dei pochi artisti contemporanei che mette un pezzo della propria vita in ogni disco, usa la sala di registrazione come lettino dello psicanalista, il rap come flusso di coscienza e le rime come territorio per far emergere i suoi demoni e alter-ego.
Dopo il cupo e piuttosto pesante “Recovery” del 2010, Eminem torna sulle scene in gran forma e con la voglia di rischiare, al punto da intitolare il disco “The Marshall Mathers Lp 2”, seguito di quello registrato nel 2000 che è per molti il suo disco più riuscito.
Ma non possiamo considerarlo un vero e proprio sequel. TMMLP2 è il ritratto di un uomo di mezza età (Eminem ha da poco compiuto 41 anni) che non ha idea di come crescere e che forse non ne ha neanche voglia.
In questo disco torna il suo gusto per la black comedy mista a disperazione insieme al suo lato omofobo e sessista. Troviamo riflessioni profonde (“Stronger than I was”), rabbia disperata (“Evil Twin”) e pezzi totalmente autoreferenziali con risoluzioni di antiche magagne con la madre (“Headlights”).
Ma sopratutto ci sono le canzoni. Dopo la lunga e bipolare “Bad guy” (che contiene un sample di Gian Piero Reverberi, pre-Rondò Veneziano), ecco che si sente la mano del vecchio Rick Rubin (co-producer con Dr. Dre del disco) ripescando in “Rhyme or reason” la bella “Time of the season” degli Zombies ribaltandone totalmente il messaggio (“There's no rhyme or reason for anything”), mentre in “Berzerk” recupera Billy Squier e i Beastie Boys. E poi c'è “Monsters” un pezzone hip-pop che rischia di diventare un tormentone come “Stan”, con Rihanna a prendere il posto di Dido.





Gli amanti delle rime poi avranno da divertirsi. Questo è uno di quei dischi che va ascoltato con Rap Genius (il celebre sito che fa la prosa dei testi rap) sullo schermo del pc per godere le centinaia di one-line (“I'm a prime example of the power of rhyme falling into the wrong hands”) e le solite prese per il culo verso mezza scena pop femminile (Britney rimane sempre il suo bersaglio preferito). Come nelle battles di “8mile”, il nostro vuol dimostrare di essere il più veloce di tutti, nella strepitosa “Rap God” - a un certo punto arriva a rappare sei parole al secondo - cantata dal vivo anche durante i YouTube Music Awards oppure in “Love Game” dove coinvolge il serio Kendrick “prezzemolino” Lamar sulla base di “The game of love” di Wayne Fontana & The Mindbenders nella parte di un cantante da matrimonio, e che contiene una serie di giochi di parole da antologia.
Dimenticatevi le sperimentazioni di Kanye West o i calcoli da business man di Jay-Z. Questo è un disco rap profondamente vintage e tradizionale, dove i vinili vengono ancora scratchati, le chitarre stanno in primo piano e gli hook fanno il loro sporco lavoro.
Si chiama hip-hop, e questo quarantenne bianco con la faccia da moccioso insopportabile sa ancora il fatto suo.

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