«DREAM THEATER - Dream Theater» la recensione di Rockol

Dream Theater - DREAM THEATER - la recensione

Recensione del 10 ott 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Seconda prova per i Dream Theater in versione “sans” Mike Portnoy, con il buon Mangini a tenere il tempo e a pestare le pelli. Dunque un disco in cui band (e fan) sono alla ricerca di conferme dello stato di salute del gruppo, dopo un evento così tellurico.
Ebbene, chiariamo subito che, a dispetto del titolo – di solito i dischi “self titled” hanno un significato piuttosto peculiare e segnano tentativi di rinascita o svolte radicali nelle carriere – i Dream Theater dimostrano di essere rimasti loro stessi, seppur con qualche evidente aggiustamento e variazione. E un discreto carico di stanchezza sempre più evidente.

Stanchezza, si diceva, già. Perché fondamentalmente questo “Dream theater” avrebbe anche i numeri – almeno sulla carta – per essere uno degli album chiave della band. C’è l’animo classic metal; la ricchezza sfaccettata e ipertecnica del prog; la sensibilità pop di sempre; una vena sempre più presente di ispirazione cinematografica, con un taglio evocativo, da grande colonna sonora. Ma, in parallelo a questi elementi top, rinveniamo anche l’evidente tendenza a ripetersi: quanti pezzi di “Dream theater” sono ESATTAMENTE rispondenti all’idea di un tipico pezzo alla Dream Theater? La maggior parte. Tutti, dai. Insomma, non siamo certo all’autocitazione, ma di sicuro la spinta e l’ispirazione sono in calo – come accade alle prestazioni di un buon atleta non più ventenne, ma provato più dalla pressione e dalle aspettative sempre elevate sul suo conto, che non da reali problemi fisici



Il sunto di questi nove brani (tra cui due suite composte da tre e cinque movimenti rispettivamente – una in apertura e una in chiusura) è che i Dream Theater si sono ripresi più che bene dalla fuoriuscita di un membro chiave della band e che sono – da grandi professionisti e maestri quali sono – alla ricerca di una nuova dimensione; perché devono evitare di implodere nel manierismo e nella sindrome del “guardarsi l’ombelico”, che tante prog band ha rovinato e che da sempre piaga gravemente il genere in sé.
Non ci si può neppure esimere dal mettere sul piatto un pensierino stile avvocato del diavolo... ovvero: quanto il prog metal ipertecnico è in grado di reggere, sulla lunga distanza, prima di trasformarsi in una specie di quadro di Bosch riletto e ridipinto dagli Spinal Tap?

PS: è intrigante notare un trittico di coincidenze bizzarre che i veri fan del prog probabilmente avranno colto al volo, ma non sono certo cosa per tutti... questo è il dodicesimo disco dei DT ed è “self titled”, proprio come accadde per il dodicesimo dei Genesis – che usciva 30 anni fa (nel 1983) e conteneva anche lui nove brani. Coincidenze succose. Ma, appunto, coincidenze... o no?
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