«SLEEPER - Ty Segall» la recensione di Rockol

Ty Segall - SLEEPER - la recensione

Recensione del 16 set 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Ty Segall uguale new garage contemporaneo. Se la pensate così, porgete i dorsi delle mani ben tesi, chiudete gli occhi e preparatevi a una righellata stile punizione da “Libro cuore” che vi farà tremare tutto, anche le gengive. Non che il sottoscritto abbia alcuna voglia di calarsi nei panni protofetish di qualche maestrina dalla penna rossa, sia ben chiaro. La righellata ve la molla il signor Ty Segall in persona...
Già, perché questo “Sleeper” è un album solista decisamente diverso rispetto a tutto ciò a cui ci aveva abituato in passato. Niente garage, niente elettricità, niente fuzz e volumi tagliatimpani. Qui siamo in una dimensione decisamente vicina a quella dei Tyrannosaurus Rex (e si badi bene, non T-Rex, ma la loro incarnazione precedente, pesantemente più folk rock). Il motivo di questa virata decisa è strettamente legato alle vicende personali che hanno segnato Segall a partire dallo scorso dicembre 2012: in questo mese è, infatti, mancato il suo papà adottivo (dopo una lunga lotta contro il cancro) e quasi in contemporanea Ty ha rotto malamente i rapporti con la madre – ora nemmeno si parlano – per motivi ignoti ma evidentemente piuttosto gravi. Quindi “Sleeper” documenta questo periodo che Segall stesso ha definito “bizzarro e intenso”, divenendo una sorta di catarsi.
“Mentre facevo ‘Sleeper’”, ha confessato il musicista, “non sarei riuscito a buttare giù un pezzo rumoroso ed heavy nemmeno se mi avessero pagato per farlo”. E infatti tutto il nuovo album è all’insegna della semplicità: chitarra acustica e voce sono l’ossatura e il piatto forte di tutto il lavoro.



Ebbene, a qualcuno suonerà un po’ storta come affermazione – soprattutto se apprezza solo il lato più superficiale ed esuberante (ma non per questo disprezzabile) del musicista di Laguna Beach, con i suoi freakout e le sfuriate garage rock – eppure Segall in questa veste un po’ Marc Bolan, un po’ Nick Drake e un po’ Arthur Lee è convincente. E sembra perfettamente a suo agio.
Nel caso qualcuno ne avesse avuto bisogno, questa è la riprova dell’eclettismo di Ty Segall, ma anche del fatto che è in grado di misurarsi con composizioni tendenzialmente “difficili” e uscirne a testa alta. Già, perché la noia, il terribile senso di scopiazzato/già sentito e la banalità sono i nemici più acerrimi e potenti di chi si cimenta con il genere del rock acustico/cantautorale. Ty ce la fa, porta a casa il risultato e – incredibilmente- ci regala un album che ha un’aura tutta sua e in cui ogni brano sembra fluire nel seguente, in una sorta di continuità magica.
Certo, Segall è forse un po’ troppo prolifico ed è normale che susciti un certo scetticismo a ogni nuova uscita, perché è difficile mantenere alto il livello quando ogni due-tre mesi si butta fuori un disco. Eppure in questo caso, complice anche la diversità della proposta, gli scettici sono destinati a ricredersi.
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