«WISE UP GHOST - Elvis Costello» la recensione di Rockol

Elvis Costello - WISE UP GHOST - la recensione

Recensione del 13 set 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Un brivido corre lungo la schiena di ogni appassionato (fanatico?) di musica, quando viene annunciato un album a quattro mani tra due grandi artisti. Di duetti è fatta una buona parte della storia della musica. Ma gli album assieme sono un’altra storia.
Quel brivido: se ami i due artisti, sei felice, ma temi che il risultato non sia all’altezza delle aspettative, temi che la somma non sia maggiore dei fattori. Se te ne piace solo uno, temi che l’altro lo snaturi.
Chi segue Elvis Costello e/o i Roots è abituato alle collaborazioni. Proprio album interi, alcuni memorabili al limite del capolavoro. Con il senno di poi, la si poteva anche prevedere, una collaborazione tra due nomi a cui piace questo formato. Ma questo non sminuisce il brivido di immaginare assieme uno dei più grandi autori di canzoni degli ultimi 40 anni con una delle migliori band contemporanee...
Però.
Ci sono due modi di affrontare questo “Wise Up Ghost”: il primo è prenderlo per quello che è; un grande album di canzoni, con un grande suono, che amerete sia se vi piacciono i Roots, sia se vi piace Costello. Classe pura.
L’altro è rimanere un po’ delusi: perché il risultato è la riconoscibile somma dei fattori originari. Nessun guizzo imprevedibile. Non siamo dalle parti di “Surprise” di Paul Simon/Brian Eno, per carita: non è algida sovrapposizione senza fusione. Qua le canzoni, la voce di Costello suonate dai Roots. Punto.
Qua si propende per il primo approccio: l’album, è stato scritto praticamente voce e batteria , con gli arrangiamenti successivi stratificati su questa base: il risultato è un’opera scura, di canzoni dai ritmi sincopati (fenomenale “Walk us uptown”) e funkeggianti (“Refuse to be saved”), con i Roots a esaltare la voce di Costello. Solo in alcuni casi si esce dai binari - la fenomenale “Cinco minutos con vos”, con la voce ispanica di Marisol dei La Santa Cecilia.
Il fatto è che Costello è una roccia: non piega il suo stile, neanche ai Roots. Qua, poi, gioca ad autocitarsi in continuazione: chi lo conosce riconoscerà frammenti di versi di canzoni storiche cantate qua e la. Costello non è John Legend - grande artista, ma troppo pulito, che i Roots hanno sporcato e migliorato in quel capolavoro di “Wake up”. I Roots fanno i Roots: ed è un complimento.
Insomma: forse non il disco dell’anno, come ci si poteva aspettare da nomi di tale credibilità e caratura. Ma una delle uscite più affascinanti di questo periodo - comunque un disco che rimane a lungo nelle orecchie - e non è poco in questo periodo in cui l’enorme quantità di musica rimane in testa il tempo di un click.
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