«HAIL TO THE KING - Avenged Sevenfold» la recensione di Rockol

Avenged Sevenfold - HAIL TO THE KING - la recensione

Recensione del 26 ago 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

C’è un modo di dire, che si trovava molto spesso in vecchie fanzine e riviste di area hardcore/metal/punk, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta. Era utilizzato in recensioni e articoli sulle varie band che erano facilmente avvicinabili ad altri gruppi già esistenti, per sound, ispirazione e generi… si diceva “they wear their influences on their sleeves” – letteralmente “hanno le loro influenze stampate sulle maniche” che suona più o meno come “fanno capire immediatamente da dove arrivano”.
Ecco: con “Hail to the king” gli Avenged Sevenfold fanno esattamente questo.
Abbandonate quasi totalmente le suggestioni metalcore da almeno due album, la band con questo nuovo lavoro in studio sembra avere completato la propria metamorfosi, trasformandosi in un gruppo heavy metal al 100%. E con heavy metal si intende proprio questo, senza sottotesti o contaminazioni di sottogeneri; parliamo di heavy metal nella sua forma più naturale e primordiale.
“Hail to the king” è, dunque, una sorta di gigante che combatte per la santa fede dell’heavy, a colpi di riff, assolo epici e costruzioni dei brani che rimandano alla tradizione degli ultimi quattro decenni – dal 1970 almeno. È innegabile: l’ispirazione di questi brani è attribuibile a numi tutelari che ormai sono nel dna di chiunque ascolti il metal: tocchi di Led Zeppelin, sfumature di Black Sabbath, ma soprattutto generose dosi di Iron Maiden, Metallica e – perché no – Guns n’Roses dell’età aurea. Spesso tutte queste anime sono fatte convivere (faccenda piuttosto bizzarra, almeno sulla carta, ma efficace nella pratica) nello stesso brano.



In più di un frangente sembra di ascoltare il disco che i Metallica avrebbero potuto/dovuto pubblicare dopo il “Black album”, per non sprofondare nel baratro degli anni Novanta che tutti ben conosciamo; il che, al netto delle considerazioni su alcuni riff davvero troppo Hetfieldiani (“This means war” sembra il demo di una versione primitiva di “Sad but true”... chissà cosa ne pensa il gelosissimo Lars Ulrich), è sinonimo di un disco maturo e potenzialmente esplosivo. E che dire di un brano come “Doing time”? Tre minuti e mezzo di revival fine anni Ottanta, che probabilmente Axl Rose al momento pagherebbe oro per poterli includere nell’ipotetico seguito di “Chinese democracy”.
Diciamo che “Hail to the king” è l’attacco finale che gli Avenged Sevenfold sferrano alla scena metal contemporanea, per conquistare una postazione tra i big, quelli destinati all’immortalità – o quasi. Se poi ci riusciranno lo dirà solo il futuro; ma intanto abbiamo in mano un disco che non può lasciare indifferenti.
Una volta tanto il recupero e la filologia non sanno di vecchio e riciclato, ma ricordano come ci si possa ancora esaltare – nonostante gli anni trascorsi – per certe sonorità.
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