«CAN'T GET ENOUGH - Rides» la recensione di Rockol

Rides - CAN'T GET ENOUGH - la recensione

Recensione del 21 ago 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Stephen Stills e Barry Goldberg, tastierista degli Electric Flag a fianco di Mike Bloomfield e, un paio di anni prima, sideman di Bob Dylan al fatidico concerto elettrico di Newport '65, hanno avuto un'idea ambiziosa e suggestiva: ricreare in studio vibrazioni e atmosfere simili a quelle che nel 1968 diedero corpo e anima a "Super session", la madre di tutte le jam elettriche tuttora riconosciuta come un pilastro del blues bianco. Ci sono riusciti? Non proprio. Tempi, energie e ispirazione non sono più quelli, Al Kooper manca all'appello, Bloomfield se n'è andato da più di trent'anni e il suo sostituto, Kenny Wayne Sheperd , è un giovane virtuoso di un'altra generazione (35 anni di età), un "manico" molto apprezzato ma a cui manca il tocco magico del compianto genio chitarristico di Chicago.

E tuttavia i tre hanno fatto tutto per bene, come si faceva una volta: cinque giorni di prove a casa Stills e sette di registrazione agli East West di Los Angeles con Jerry Harrison (l'ex Talking Heads , che con Shepherd collabora da tempo) al di là del vetro, scaldando l'ambiente in presa diretta con amici fidati (il batterista Chris Layton, un reduce dai Double Trouble di Stevie Ray Vaughan, e il bassista Kevin McCormick, già con Jackson Browne e Crosby, Stills & Nash) per catturare al volo i momenti migliori, prime e seconde takes soprattutto. Si capisce che si sono divertiti e che, quando si incrociano, le Stratocaster di Shepherd e Stills sono capaci di fare scintille ("abbiamo in comune lo swamp", le paludi della Louisiana, ha spiegato il vecchio reduce). Le cose vengono messe in chiaro sin dall'inizio, il boogie polveroso e stradaiolo di "Mississipi road house" che pure soffre il grave affaticamento vocale di Stills di cui si sarà accorto chi lo ha visto in tour negli ultimi anni con Crobsy e Nash. Pur con qualche variazione sul tema, "è il blues il tessuto che tiene unito l'insieme" (parola del giovane musicista di Shreveport), negli standard come nei pezzi originali che i due frontmen firmano insieme e si spartiscono equamente al microfono. Tra questi l'r&b "That's a pretty good love" sfoggia un bel ritmo swingante, "Dont' want lies" toni più morbidi e malinconici, un passo felpato e parole di amara disillusione, "Can't get enough loving you" un andamento lento arricchito da fraseggi d'organo e cori femminili. Tra i classici meglio forse "Honey bee" di Muddy Waters (7 minuti bollenti di assoli, con Goldberg impegnato di nuovo all'organo e al piano in stile barrelhouse) della "Talk to me baby" di Elmore James, altra vetrina in cui tutta la band si mette in mostra giocando sul sicuro. E se la cover robusta, in puro stile Crazy Horse, di "Rockin' in the free world" di Neil Young non può considerarsi una mossa a sorpresa (è Stills, ovviamente, a incaricarsi del ruolo di voce solista) decisamente più inaspettata suona la scelta di "Search and destroy" di Iggy Pop e gli Stooges virata più in chiave canonicamente hard rock che garage punk. E' Shepherd a cantarla, ma Stills si sarà divertito più di lui a spiazzare i fan abituati a vederlo frequentare ben altri quartieri musicali nella sua lunga e pur frastagliata carriera. Molto più riconoscibili, in questo senso, i ritmi vagamente latineggianti di "Word game", un suo antico "rap" acustico risalente ai tempi dei Buffalo Springfield e poi incluso nel suo secondo album solista (1971) che qui si trasforma in un rock incalzante e rabbioso che rende giustizia a parole buone anche per i tempi di Occupy Wall St. ("i ricchi che diventano sempre più ricchi") con una coda chitarristica torrida e fumante. Un bell'epilogo per un discreto disco all'antica: rispetto alla vecchia "Supersession" e alle "Live adventures" di Kooper e Bloomfield quel che manca è inevitabilmente quel senso febbrile di scoperta e, appunto, di avventura.
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