«THE BIG DREAM - David Lynch» la recensione di Rockol

David Lynch - THE BIG DREAM - la recensione

Recensione del 12 lug 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Come Sergio Leone con Ennio Morricone nei Sessanta (e oltre), David Lynch ha saputo creare in coppia con il compositore Angelo Badalamenti un tòpos musicale che resiste inossidabile dagli anni Ottanta (cosa c'è di più "lynchiano" della diafana Lana Del Rey e della sua cover di "Blue velvet"?). Cosicché, preso coraggio e coscienza del suo status, una decina di anni fa il regista americano ha deciso di esplorare più a fondo questo aspetto della sua sfaccettata vena artistica. Ha cominciato pubblicando un disco in coppia con il musicista e tecnico del suono John Neff, ha proseguito più di recente collaborando come "vocalist" a "Dark night of the soul" di Danger Mouse e Sparklehorse (2010), ma è stato soprattutto con i bizzarri esperimenti electro-dance-rock di "Crazy clown time", due anni fa, che alla veneranda età di 65 anni si è gettato anima e corpo in produzioni musicali che suscitano ovviamente curiosità, interesse e attenzione dei media. Sta accadendo anche con "The big dream", un disco in cui la sua visione distorta, beffarda e surreale del Mito Americano si dipana ancora una volta davanti alle orecchie dell'ascoltatore in forma di soundscapes, di panorami sonori, più che di canzoni vere e proprie. Anche quando la scelta cade su "The ballad of Hollis Brown", epocale affresco a firma di Bob Dylan datato 1964, una storia nera a tempo di blues ambientata nell'America profonda e i cui temi - povertà e disperazione che sfociano in violenza e tragedia familiare - sono evidentemente in sintonia con le sue corde espressive. Lynch stesso ha descritto la sua versione come una "cover di una cover", confessando che il modello a cui si è ispirato ("il timoniere della barca", nelle sue parole) è l'interpretazione ancora più tragica e scura che ne diede Nina Simone l'anno dopo la pubblicazione di "The times they are a-changin' " sull'album "Let it all out": marziale, spettrale, minacciosa e anche originale, è non a caso il pezzo forte di in un disco che vive altrimenti di suggestioni abbozzate più che di compiute realizzazioni artistiche.

Assistito dal tecnico del suono Dean Hurley e talvolta dal figlio Riley (che suona la chitarra), lungo tutto l'album Lynch recita e declama come un invasato predicatore o un conduttore radiofonico da talk show notturno, filtrando, distorcendo e confondendo voce e parole com'è abituato a fare con trame e immagini cinematografiche. Aveva in mente di realizzare un disco di "modern blues" che prendendo le mosse dalle radici primordiali del genere finisse per avventurarsi in territori inesplorati grazie all'improvvisazione di studio, ai beat elettronici e agli effetti speciali, e l'esperimento gli riesce soprattutto in "Star dream girl" in virtù di un gran riff di chitarra elettrica inventato in studio dallo stesso Hurley che spinge uno stompin' blues incalzante e torrido quasi quanto certe cose di White Stripes e Black Keys. Distante da quel mondo è "I'm waiting here", la bonus track dove la voce angelica e impalpabile della cantautrice svedese Lykke Li (versione aggiornata della Julee Cruise delle vecchie colonne sonore badalamentiane) ondeggia leggera su una ballata enigmatica come il videoclip che l'accompagna, una corsa ripresa in soggettiva su una deserta highway americana dalle luci dell'alba al buio della notte in cui la presenza umana è solo percepita e mai mostrata.





Con questi due antipasti, entrambi resi disponibili in anteprima sull'uscita dell'album, ci si sarebbe potuti aspettare un menù anche più ricco e soddisfacente. Ma le altre portate non sono tutte all'altezza, tra il trip-hop acido di "The big dream" e le tremolanti pulsazioni electro di "Cold wind blowin'", la ripetitività minimalista di "Wishin' well" e "Say it", intrigante ma incompiuta sintesi tra Link Wray e i Suicide , la cavernosa "We rolled together" e il rockabilly quasi caricaturale di "Sun can't be seen", lo scarno lamento di "I want you" e le nostalgie anni '50 di "Are you sure".

Non è difficile riconoscere lo stesso Lynch che si muove dietro la macchina da presa, il suo amore per la dimensione onirica, lo humour nero, l'iperbole, i contrasti cromatici, la rielaborazione alterata e deformata dei temi classici dell'epopea americana. Ma è ovvio che, privati della forza delle immagini, questi suoi electro-blues per il Ventunesimo secolo non resteranno nella memoria collettiva come "Twin Peaks" o le colonne sonore di "Velluto blu" e "Cuore selvaggio", progetti sicuramente meno rischiosi ma geniali in cui il suo sguardo stralunato e i suoi personaggi morbosi regalavano alle icone pop e rock&roll (Bobby Vinton, Roy Orbison, Elvis, Gene Vincent, Them) sfumature inedite e spiazzanti.

"The big dream"
"Star dream girl"
"Last call"
"Cold wind blowin' "
"The ballad of Hollis Brown"
"Wishin' well"
"Say it"
"We rolled together"
"Sun can't be seen"
"I want you"
"The line it cruises"
"Are you sure"
"I'm waiting here" (bonus track)
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