«MAGNA CARTA... HOLY GRAIL - Jay-Z» la recensione di Rockol

Jay-Z - MAGNA CARTA... HOLY GRAIL - la recensione

Recensione del 09 lug 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

“A nessuno venderemo, a nessuno negheremo o differiremo il diritto o la giustizia”. Questa è una delle frasi contenute nella Magna Carta - il documento del 1215 con cui si limitavano i poteri del Re d'Inghilterra Giovanni Senzaterra – che ha ispirato Jay-Z a intitolare così il suo nuovo disco.
Sinceramente ci sfugge il significato e la connessione tra diritto e il continuo name dropping di brand di iperlusso e tra giustizia e l'ennesima storia delle sue umili origini e dei suoi odierni yacht. Ma sappiamo ormai che le relazioni di senso nell'hip-hop spesso sono solo un optional.
Quel che è certo è che il carisma e, sopratutto, il potere commerciale e di negoziazione di Jay-Z ha ormai raggiunto vette ineguagliabili, basti considerare che per tutto il mese di luglio l'artwork del disco sarà esposto alla Salisbury Cathedral Chapter House a fianco di uno dei quattro esemplari dell'originale Magna Carta.
Insomma, per la carriera maturata, la posizione che ricopre e l'influenza che riesce ad esercitare all'interno del music business (e non solo), oggi Jay-Z è qualcosa di più di una semplice (hip)popstar. Di certo Jay-Z è mainstream, e anche questo “Magna Carta.. Holy Grail” è in tutto e per tutto un disco mainstream.
Non possiamo esimerci nel fare confronti con “Yeezus”, l'ultimo lavoro del collega-concorrente Kanye West (con cui ha inciso “Watch the Throne” nel 2011): mentre nel disco di West è evidente l'intenzione di sperimentare, rompere le regole e lasciar andare , nel disco di Jay-Z emerge chiaro e cristallino un generale senso di potere e controllo. Su tutto. A partire dalle vendite del disco, già di platino prima della sua uscita sul mercato grazie a un milione di copie digitali distribuite da Samsung ai possessori di smartphone e tablet (e Mr. Carter si è messo in tasca 5 milioni di dollari). Controllo e pianificazione anche nelle collaborazioni, spartite abilmente per ricambiare favori (con Timberlake), rinsaldare rapporti con vecchi nemici (NAS), portare in trionfo il futuro della black music (Frank Ocean) e soddisfare la mogliettina (“it's a clichè” le fa pure dire in “Part II (On the Run)”).
Il disco deve essere un successo e quindi Jay-z convoca ai banchi di regia Timbaland e Pharrell Williams, ormai più a loro agio con il pop piuttosto che con l'hip-hop, cita brani di band bianche di culto (“Smells like teen spirit” dei Nirvana e “Losing my religion” dei R.E.M) e alterna pezzi con le rime stile gangsta (“Beach is better”, “FuckWithMeYouKnowIGotIt”) graditi ai vecchi fans ad altri più riflessivi da novello padre e persona responsabile (“Jay Z Blue”, “Nickel and dimes”, “FUTW”) per il pubblico più sensibile. Praticamente il manuale Cencelli applicato all'hip-hop di successo.
Jay-Z è e rimane uno bravo, capace di sfornare gran bei pezzi come “Holy Grail” con Timberlake, “Oceans” con Frank Ocean, il simpatico tormentone all-stars di “BBC” e “Somewhere in America” ricavato da un sample di “Gangster of Love”di Jimmy Norman, ma il resto suona tutto molto ordinario e non si distacca molto dalla precedente trilogia “The Blueprint”, mentre intanto l'hip-hop continua a correre freneticamente e ad evolversi. Comunque è già un successo. Obiettivo raggiunto.
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