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Queens of the Stone Age - ... LIKE CLOCKWORK - la recensione

Recensione del 28 mag 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Durante il tour di “Era Vulgaris”, ricordo bene, già si parlava di come sarebbe potuto essere il prossimo album dei Queens Of The Stone Age. Il disco appena uscito non aveva convinto tantissimo (per quanto non fosse assolutamente deludente, sia chiaro) e, come succede in questi casi, l'obiettivo post uscita fu puntato immediatamente al futuro. Un futuro che, ai tempi, nel 2007, sembrava prossimo e remoto allo stesso tempo (e mi sia perdonato il gioco di parole). Un futuro finalmente slegato dal peso di un disco come “Songs for the deaf”. Perché è tutta qui la faccenda: quel disco era… è troppo bello per essere replicato, e per tanti anni è pesato un bel po’ sulle spalle di Josh Homme. Per carità, una croce mica male da portarsi addosso; il rischio però era quello di restarne schiacciati. Josh Homme è però uno con le spalle larghe. Il tempo passa e per un bel periodo dei QOTSA non si sente parlare se non per le apparizioni sporadiche di qualcuno su qualche disco o il side project di quell’altro (Eagles of Death Metal, Them Crooked Vultures su tutti). 2010: “Rated R” torna sugli scaffali in versione deluxe. Qualcosa si muove. 2011: Homme ammette di star lavorando ad un nuovo album in studio. 2012: si passa alle registrazioni, e iniziano a circolare alcune voci. Tipo che Joey Castillo ha lasciato il gruppo, e che al suo posto è tornato Dave Grohl. Apriti cielo. Pare anche che sul nuovo disco metteranno la loro firma il tumultuoso Nick Oliveri e Mark Lanegan; in pratica il dream team di “Songs for the deaf” che si ricompone. L’hype cresce esponenzialmente. Il 2013 si apre con uno scambio di cortesie tra Homme e Grohl, quest’ultimo impegnato nella realizzazione del documentario “Sound city: real to reel” e come tale bisognoso di colonna sonora. Salta fuori che Trent Reznor è della partita, ma che lo è anche in casa QOTSA, tanto per non farsi mancare nulla. Fine? Macché: l’elenco di guests si completa ufficialmente con Jake Shears (Scissor Sisters), Alain Johannes, Alex Turner (Arctic Monkeys), James Lavelle, Jon Theodore (ex Mars Volta, il nuovo batterista ufficiale), Brody Dalle (The Distillers), e, udite udite, Sir Elton John. Signore e signori: “… Like clockwork”. Il disco dei desideri.

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Ora, come si affronta un album del genere? Lo spunto ce lo da Homme stesso. Per calmare, anzi, meglio, traghettare nel modo giusto l’ascoltatore verso l’ascolto, i Queens Of The Stone Age hanno utilizzato la tattica della guerra di posizione. Nessun assalto, nessuna uscita clamorosa, piuttosto tante piccole anticipazioni spalmate lungo un discreto lasso di tempo. Mezza canzone che esce su youtube, una performance live qui, un piccolo trailer là, poi l’uscita del singolo, poi la copertina, poi un talk show… Mettiamo insieme i pezzi e salta fuori il disco ancora prima che questo sia uscito. Dobbiamo farci un’idea? Ce l’abbiamo ancora prima l’idea. Resteremo delusi una volta ascoltato il disco? No, perché già sappiamo a cosa andiamo incontro. Esiste un modo migliore per promuovere e, soprattutto, lanciare un disco del genere? No. Per me no. Complimenti a Homme e a tutti i suoi collaboratori.
Il discorso è che questo disco dei Queens Of The Stone Age rischiava, ancora, di essere destinato a essere etichettato come il nuovo “Songs for the deaf”, e non come il nuovo disco dei QOTSA. Viste le premesse e la lista di persone accreditate poi… Quello che invece abbiamo tra le mani è “solamente” il nuovo disco dei QOTSA, un album sostanzialmente buono, maturo, con punti di vera eccellenza (il songwriting di Homme è un dono di Dio, ma non è una novità), qualche episodio rivedibile e diverse chicche sparse. Un lavoro solido e senza fronzoli (dieci pezzi, quarantacinque minuti) dal persistente gusto retrò per non dire old school.

“Keep your eyes peeled” è una buona intro dal sapore industrial, un pezzo algido che non ti aspetti, anche perché il nome di fianco al titolo nei crediti non è quello di Trent Reznor ma Jake Shears (Scissor Sisters). Atmosfera straniante per un pezzo più agro che dolce. Bello. Discorso immediatamente ribaltato da “I sat by the ocean”, ballata in puro stile QOTSA tutta riff e ritornello, la quintessenza dell’Homme più spigliato. Un singolo. “The vampyre of time and memory” cambia nuovamente il registro: intro per piano e voce, poi un synth e il pezzo decolla in modo sempre compassato; un’interessante sad song dai tratti anomali, ma molto toccante: “Does anyone ever get this right? / I feel no love”. Per “If I had a tail” basta fare copia / incolla di quanto detto per “I sat by the ocean” (e di rimando del mio commento sul songwriting di Homme) integrando con la segnalazione della presenza (a dire il vero abbastanza inconsistente) di Alex Turner (Arctic Monkeys), Nick Oliveri e Mark Lanegan. “My god is the sun” è Il Singolo, tutto maiuscolo. Incalzante, secca, letale; quasi (finalmente!) stoner: i QOTSA. La mettiamo di fianco alle varie “Little sister” e “Go with the flow”. E così si chiude il lato A.
Il Lato B si apre con la mano di Trent Reznor a benedire l’ansiogena “Kalopsia”, una ninna nanna sintetica iper rallentata che sfocia in un buon ritornello squadrato. “Fairweather friends" è la parata definitiva delle stars: Elton John (suo il pianoforte), Trent Reznor, Nick Oliveri, Mark Lanegan, Alain Johannes e Brody Dalle tutti insieme sotto lo stesso tetto. Complessa, iper arrangiata, inevitabilmente multi strato. Un esperimento riuscito più no che sì, per come la vedo io. “Smooth sailing” apre poi al finale con un minimal blues cadenzato, tutto interpretazione e falsetti e un affascinante crescendo dissonante in chiusura. Un pezzo buono per i live, ma non così buono come “I appear missing” e la titletrack “…Like clockwork”, le vette del disco, elette per acclamazione. Il chorus (e l’atmosfera incredibilmente densa) della prima è sufficiente a giustificare qualsiasi elogio. La soffusa bellezza della seconda il modo migliore per chiudere un disco. In assoluto. Sempre. Davvero un piccolo capolavoro.

L’anima di “… Like clockwork” è una ballata struggente, uno strepitoso tributo a Neil Young. E questo è quanto.
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