«SOL AUSTAN, MANI VESTAN - Burzum» la recensione di Rockol

Burzum - SOL AUSTAN, MANI VESTAN - la recensione

Recensione del 28 mag 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Varg Vikernes, alias Burzum, è – nel bene e nel male – una delle figure che hanno caratterizzato in maniera indelebile la scena metal degli anni Novanta. Le sue vicende sono ben note e documentate (i roghi di chiese, l’omicidio di Euronymous dei Mayhem, la condanna, i 16 anni di carcere, la svolta politica destroide con influssi nordico-pagani…), ma oggettivamente sembra che, a parte il ricordo di un passato musicalmente speciale e umanamente travagliato – per usare un eufemismo – non sia rimasto molto altro.
Certo, ogni volta che sforna un disco se ne parla nelle riviste di settore, magari ci scappa qualche intervista... e le acque inevitabilmente si calmano nel giro di qualche settimana. Poi il loop si ripete dopo una dozzina di mesi circa. Tutto qui. Di sicuro non giova il fatto che il Cav. Dott. Lup. Mann. Ing. Vikernes non si esibisca dal vivo – mai e per alcun motivo. Però di sicuro l’hype e l’interesse nei confronti del personaggio sono andate sbiadendosi sempre più. Così come la forza evocativa e dirompente della sua musica.
Ma passiamo al nuovissimo “Sôl Austan, Mâni Vestan”: per l’occasione Burzum torna alle atmosfere e alle sonorità dei suoi dischi composti e pubblicati durante il soggiorno nelle patrie galere, ossia “Dauði Baldrs” e “Hliðskjálf” (risalenti alla fine degli anni Novanta); ambient/elettronica d’atmosfera, in questo caso completamente strumentale. In più in questo album è compresa anche la colonna sonora del documentario “ForeBears”, la cui regia è stata curata da Marie Cachet – alias Mrs Vikernes – incentrato su un concept pagano e folkloristico, manco a dirlo. Il risultato, purtroppo, è una specie di quadretto sbiadito. Il motivo? Semplice… la sostanza musicale è poca, banale e trascurabile. Il tutto, senza troppi giri di parole, si regge sul nome Burzum e su ciò che resta del suo fascino dissacrante ed evocativo. Insomma, come accade talvolta, si paga il marchio, ma il prodotto non è più nemmeno minimamente all'altezza.



Gli 11 brani di “Sôl Austan, Mâni Vestan” (che tradotto significa, circa, “A est del sole, a overst della luna”) hanno poco mordente, precipitano spesso nella noia o nella banalità delle atmosfere a buon mercato e stanno in piedi con fatica, se considerati alla stregua di pezzi da ascoltare e basta. Sicuramente acquisiscono un altro tipo di dignità se pensati come colonna sonora, quindi coadiuvati da e a supporto di un girato filmico. Il problema è che il disco è – appunto – disco e non video, per cui l’ascolto risulta penalizzato/penalizzante. Addirittura ci si domanda, a tratti, il senso dell’operazione… cui prodest?
Ovviamente non ci sono solo lati negativi; ad esempio è interessante – e doveroso – rendere a Vikernes il merito di avere cercato canali espressivi e sfumature differenti rispetto a nichilismo, gelo mortifero e oscurità imperante… in “Sôl Austan, Mâni Vestan” è abbastanza palese la volontà di recuperare uno spirito mistico tutto anni Settanta per cui la musica e le composizioni abbandonano la fascinazione per il sepolcrale e le atmosfere da tombaroli stile Troma, per abbracciare una ricerca mistica dell’universo, del divino, della pace e della tranquillità. Il problema è che tutto ciò resta una pura aspirazione, visto che all'atto pratico la realizzazione è banale e superficiale. Vikernes prova a utilizzare una paletta più varia di colori e sfumature, ma non è evidentemente ancora in grado di maneggiarla. Se mai lo sarà è un quesito a cui risponderà solo il tempo.
Per il momento, l’unica certezza è che il buon Varg non sembra attraversare un periodo particolarmente brillante. Vedremo se saprà tirarsi fuori dall'impaccio.
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