«SAM - Calvin Russell» la recensione di Rockol

Calvin Russell - SAM - la recensione

Recensione del 06 lug 1999

La recensione

La storia di Calvin Russell è avventurosa e amerikana, sa di amore per il blues e di prigioni, di rock’n’roll e viaggi a Memphis e di fughe da contee e stati, da sceriffi che gli davano la caccia. Come molte storie a stelle e strisce ha anche un happy ending plausibile (Russell si è sposato e ora vive della sua musica, assai popolare soprattutto in Europa) e un altro opinabile (è andato a vivere in Svizzera…), ma ciò che più conta nella storia di Calvin Russell alla fine ha vinto la musica. Questo album ha le carte in regola per dimostrarlo, nonostante abbia una partenza quasi in handicap per il bilancio collettivo del disco: “Sam Brown”, il bieco stornellone country che apre l’album, è roba da far venire la labirintite ai coyote, mentre il successivo “Common one” non riesce a trasportare fuori dal limbo. La sorpresa arriva con “Wild wild west” , titolo vieppiù abusato ma tant’è, in questo caso si chiude un occhio volentieri. Rinfrancati, ci si prepara al meglio, ma bisogna ancora penare un attimo: la cover di “Somewhere over the rainbow” è veramente roba da crooner di terz’ordine e fortunatamente lascia il passo a “The hole”, una delle cose migliori dell’intero disco, facendosi dimenticare in fretta. “That wouldn’t be enough” è roba che sta a metà strada tra John Denver e Garth Brooks con un testo un po’ troppo sdolcinato, per cui, se ne avete voglia, andatevela a prendere voi fin laggiù. Il disco vero inizia qui: con “Where the blues get born”, un pezzo da urlo, “Texas bop” – da far piangere Steve Ray – il lentazzo rootsy “Retcha” e la sognante e conclusiva “Dream of a better world”, un po’ pastorale ma convincente nell’interpretazione. Quattro brani da inserire nei classici, altri due tre che sanno il fatto loro e il resto da sopportare: Calvin Russell dovrebbe forse tenere maggiormente fede alla sua reputazione da galeotto, dedicarsi ad un repertorio ruspante e non indulgere troppo in sentimentalismi, come capita qua e là sul disco, visto e considerato che quando si butta nel boogie non lo tiene nessuno. “Sam” è comunque una bella sorpresa e tanti complimenti vanno anche a Jim Dickinson che gli ha prodotto un album all’altezza dei Dylan migliori. Suggestive le foto interne al booklet, che mettono in mostra lo sguardo di ghiaccio di Russell in perfetto stile «ho un amico per cena». Guardatevi le spalle…
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