«WOMAN - Rhye» la recensione di Rockol

Rhye - WOMAN - la recensione

Recensione del 18 mar 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

Possono inventare mille modalità di comunicazione “non convenzionale” - guerrilla marketing, hijack promotion, digital cross-over o come caspita la chiamano ora – tanto, alla fine, niente come il non-detto e l'ambiguità (specie se legata al sesso) stimola la curiosità morbosa e il chiacchiericcio (viral buzz, questa la so!).
Lo scorso anno su quei blog e testate online che creano l'hype musicale si è molto parlato di questi Rhye e del loro EP Open. Chi sono? E come possiamo definire la loro musica? L'unica cosa che si capiva era la forte influenza del suono anni 80 e che la voce femminile era un via di mezzo tra Sade e Tracey Thorn.
Ok per la prima intuizione (della serie “vincere facile”), ma la seconda era un epic fail . La voce soffice e sensuale infatti era di un maschietto, tal Mike Milosh - canadese, già noto per chi frequenta la scena electro laptop - e che a Los Angeles ha incontrato il danese Rob Hannibal (noto in patria per il duo Quadron) per formare questo duo. E' evidente che la curiosità ha iniziato a raggiungere vette altissime.
A confondere ancora più le idee c'era la copertina – una bella foto in bianco e nero di un decolté femminile – e anche il video di Open dove i primi piani erano tutti riservati all'interprete femminile ingenerando ancor più l'associazione cantante-femminile. Complimenti per l'aggancio, quindi. Però c'è da dire che anche il disco è molto interessante.
Ci muoviamo in un contesto di raffinato easy listening soul, molto sensuale, dove gli archi avvolgenti, i fiati (sax e trombe a profusione) e le linee pulite di tastiera(il piano house rallentato di “The Fall”) si sposano elegantemente con beat scarni e seducenti. Si va dal funk leggero tutto chitarrine e tastierine di “Last Dance” e “Hunger” al soul jazzato di “Shed some blood” (in pratica un omaggio alla Sade di “Sweetest Taboo”), dal minimalismo di “Verse” all'r'n'b sinuoso di “3 days”.
C'è dentro un sacco di roba anni '80 (dalle melodie dei Propaganda al mood à la Everything But The Girl) seguendo una traccia ormai consolidata che lega gli ultimi lavori dei Ducktails, Destroyer e Metronomy. Al contrario però dei Destroyer qui c'è si percepisce una certa intensità e non solo un puro esercizio di stile.



Quello che fa la differenza è la voce di Milosh che, al di là dell'ambiguità iniziale, riesce a usare come vero e proprio strumento, giocando con il timbro in efficaci modulazioni (in “Major Minor Love”) e nella splendida ultima traccia tutta basata sulla ripetizione del titolo del disco.
E' un disco particolare questo dei Rhye: al primo ascolto ti soffermi subito sull'elemento pop revival, divertendoti a trovare tutti i riferimenti (oltre ai già citati, io ci ho sentito dentro molte atmosfere dei 10cc e Blue Nile) poi, negli ascolti successivi, se da una parte trovi soporifero e insopportabilmente zuccheroso il romanticismo di certi episodi (tra tutti il dream pop di “One of These Summer”), dall'altra vieni calamitato dentro queste morbide atmosfere da cui non riesci a liberarti. Come una dolce schiavitù.
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