Recensioni / 01 gen 2013

Bruce Springsteen - THE RIVER - la recensione

Voto Rockol: 4.0 / 5
Recensione di Giampiero Di Carlo
THE RIVER
Bruce Springsteen (2 x 12" Vinile)
Recessione conclamata. Un’onda che monta da destra su entrambe le sponde dell’Atlantico. 1980. L’anno che si era aperto con un epico doppio album che trascendeva il punk e raccontava le difficoltà di una generazione con l’energia e la classe del migliore dei rock, si concludeva con l’uscita di un epico doppio album che trascendeva la consapevolezza sociale e raccontava le difficoltà di un intero paese con l’energia e la classe del migliore dei rock. “London calling” dei Clash e “The river” di Bruce Springsteen non potrebbero essere più diversi, ma condividono la soluzione al problema e le stigmate di dischi che assurgono a capolavori attraverso le imperfezioni tipiche di una lunga collezione di canzoni. “The river”, poi, è forse il primo album consciamente bipolare mai pubblicato: pregno come “Darkness on the edge of town” e trionfale come “Born to run”, vivace e cupo lungo le sue quattro facciate, disco da party e da riflessioni pesanti al contempo. “The river” è anche molte altre prime volte per Springsteen, ma è soprattutto la prima volta in cui la produzione (firmata insieme a Steve Van Zandt e a Jon Landau) permette alla sua E Street Band di colmare la differenza tra lo studio e lo stadio e suonare, meravigliosamente, come dal vivo.
Il quinto album del Boss era pronto per essere pubblicato giusto un anno prima. Era nato sull’onda del “Darkness Tour”, che aveva immortalato il migliore gruppo live dell’epoca, ed era stato distillato filtrando una trentina di brani, alcuni dei quali il pubblico aveva già avuto modo di conoscere in anteprima dal vivo. La copertina di “The ties that bind” - questo il suo titolo, preso da un grandissimo pezzo che entrerà di diritto in “The river” - era già pronta, ma in quell’album singolo qualcosa non quadrava ancora secondo Bruce. Così cambiò i piani, fedele al motto coniato nel 1975 quando, alle obiezioni della Columbia e dell’entourage che mostravano preoccupazione per una gestazione che andava ormai per le lunghe, aveva risposto che avrebbe atteso fino a che non fosse stato soddisfatto, perché “l’album è per sempre”. Le canzoni diventarono così una sessantina e tra loro una – “Hungry heart” – avrebbe fatto la storia, grazie all’intuizione di Jon Landau: il pezzo, scritto per e destinato ai Ramones, fu ‘trattenuto’ su consiglio del manager che così regalò al suo assistito la sua prima ebbrezza da Top 10 americana, dove quello che sarebbe stato il primo singolo tratto dal doppio album “The river” pubblicato nell’ottobre 1980 salì fino al quinto posto in classifica. Una pop song costruita come un poderoso rocker, “Hungry heart” sarebbe potuta essere facilmente collocata, anni dopo, in “Born in the U.S.A.”, per affinità stilistica e atmosferica. La title track, invece, avrebbe potuto benissimo fare parte di “Nebraska”. Scritta sull’onda emotiva che era stata causata dalle vicende del cognato e della sorella, tipiche vittime di una disoccupazione dilagante negli Stati Uniti, “The river” è una mini-opera dal taglio cinematografico con cui Bruce entra per la prima volta nel merito delle vicende familiari, distaccandosi dal canovaccio ribellione-libertà-sogno-redenzione che aveva caratterizzato i suoi migliori personaggi fino ad allora e ‘scoprendo’ che certa normalità poteva essere altrettanto devastante che il conflitto padre-figlio che lo aveva incoraggiato verso la Fender.
“Hungry heart” e “The river” finiscono per diventare le due pietre miliari dell’album perché simboleggiano al meglio due volti concettuali e sonori espressi senza ricorrere alla formula-concept, ma lasciati emergere con grazia da una sequenza di brani in cui umori e generi si assecondano e si mescolano di continuo. Se degli altri 18 pezzi alcuni non risultano esattamente memorabili ( “Crush on you”, ad esempio, soprattutto con la consapevolezza postuma di cosa era stato scartato dalla tracklist…) poco importa: tutti contribuiscono all’ossimoro springsteeniano, quella inedita schizofrenia tematica e stilistica con la quale si ripresenta ai suoi fans. Ma sia chiaro che molti di essi, invece, lo sono – e lo sono a blocchi contrapposti. “Cadillac Ranch”, “Out in the street”, “Two hearts” sono quei proverbiali brani “live dentro”, sia per struttura che per genesi, che forniscono un contraltare al disperato grigiore di “Stolen car”, “Wreck on the highway”, “The price you pay”, ovvero quei pezzi che faranno da ponte tra “Darkness” e “Nebraska” e costeranno all’artista l’ammissione che nella sua America il sogno può trasformarsi in incubo. Bruce ricorre al doppio album proprio perché non è semplice creare una sintesi tra il divertimento-ricompensa del week end, che nel 1978 aveva lasciato spazio alla gente comune immersa in un quotidiano via via più drammatico, e l’ineluttabile pesantezza della vita adulta, alla quale però non trova giusto sottrarsi. Ecco allora che “The river” si rivela un contenitore sufficientemente ampio per accostare emozioni e situazioni contrapposte, per far crescere quei personaggi già noti e inserirli in famiglie normali con problemi drammaticamente normali. Non è una sintesi, la sua, ma una co-esistenza, un tentativo di conciliazione. E’ il modo che il trentunenne Springsteen sceglie per spiegare alla sua gente la raggiunta consapevolezza che ammettere le difficoltà in cui versa non è un fallimento. Un piccolo, gigantesco passo in avanti che finisce per liberarlo e che lo aiuta a ri-rivendicare, dopo il passaggio per lui obbligato di “Darkness on the edge of town”, l’essenza del rock come l’aveva sempre concepito – intrattenimento e coscienza, ribellione e redenzione. La grandezza di “The river” è fatta da ‘semplici’ pop song che tornano a essere grandi pezzi e dall’esplorazione di un panorama che regalerà al pubblico una nuova classe di eroi, quelli della normalità, che popoleranno i dischi del Boss per decenni.




La E Street Band attraversa disinvolta tutto lo spettro sonoro e fa sfoggio di un armamentario impressionante, transitando per country e rockabilly, ballate e r’n’b, soul e puro rock’n’roll. Insomma, dando un suono ai temi del capobanda è come se confessasse un malcelato desiderio di pubblicare una summa, una specie di compendio. Così come, nella più tipica delle ricorrenze rock, era successo anni prima con “Exile” per gli Stones e con “Quadrophenia” per gli Who, il doppio “The river” chiude per Springsteen il più fantastico dei poker. Che, comunque, ci lascia con la madre di tutte le sue domande: “Is a dream a lie if it don’t come true, or is it something worse?”.

Tracklist
"The ties that bind"
“Sherry darling"
"Jackson cage"
"Two hearts"
"Independence Day"
"Hungry heart"
"Out in the street"
"Crush on you"
"You can look (But you better not touch)"
"I wanna marry you"
"The river"
"Point Blank"Fade away"
"Stolen car"
“Ramrod"
"The price you pay"
"Drive all night"
"Wreck on the highway"
"Cadillac Ranch"
"I'm a rocker"

TRACKLIST

#1
01. The Ties That Bind - (03:33)
02. Sherry Darling - (04:03)
03. Jackson Cage - (03:03)
04. Two Hearts - (02:42)
05. Independence Day - (04:45)
06. Hungry Heart - (03:19)
07. Out In the Street - (04:17)
08. Crush on You - (03:11)
09. You Can Look (But You Better Not Touch) - (02:35)
10. I Wanna Marry You - (03:26)
11. The River - (05:01)

#2
01. Point Blank - (06:06)
02. Cadillac Ranch - (03:03)
03. I'm a Rocker - (03:34)
04. Fade Away - (04:41)
05. Stolen Car - (03:52)
06. Ramrod - (04:04)
07. The Price You Pay - (05:26)
08. Drive All Night - (08:26)
09. Wreck on the Highway - (03:54)