50 anni di punk, Nabat: "Cosa c'è di più punk di questi tempi?"

Le origini dei Nabat e perché il punk è cambiato, ma parla ancora al presente: l'intervista a Steno
50 anni di punk, Nabat: "Cosa c'è di più punk di questi tempi?"
Credits: Vincenzo Cicanese

“Fate i Nabat”, si sente qualcuno urlare dal fondo del locale verso il palco. Il concerto può essere quello di una qualsiasi band e l’urlo, diventato nel tempo una sorta di rito dell’underground italiano, può arrivare nel momento meno prevedibile. È una storia che circola almeno dagli anni Novanta e che dice qualcosa del posto occupato dai Nabat nell’immaginario punk italiano, ben oltre i dischi pubblicati e i concerti suonati in oltre quarant’anni di attività.

Nati a Bologna alla fine del 1979 attorno alla figura di Stefano “Steno” Cimato, i Nabat sono tra i gruppi che più hanno contribuito a dare forma alla prima scena punk e Oi! italiana, quando dischi e informazioni arrivavano con difficoltà, le band si incontravano attraverso fanzine, volantini, scritte sui muri e scambi tra città, e organizzare un concerto significava spesso costruire da zero anche il luogo e la rete necessari perché quella musica potesse esistere. Intorno al gruppo passarono l’autoproduzione della C.A.S. Records, i primi raduni, il rapporto con la cultura skinhead, l’anarchia e il nichilismo degli esordi, mentre canzoni come “Scenderemo nelle strade”, “Nichilistaggio”, “Laida Bologna” e “Tempi nuovi” finirono per raccontare una parte precisa di quella stagione.

Steno quella storia continua però a viverla al presente, non solo continuando a suonare dal vivo con i Nabat trovando sotto al palco generazioni nate molti anni dopo quelle canzoni. Dal 1998, il musicista porta avanti a Bologna il Vecchio Son, centro musicale e punto di aggregazione dove ancora oggi provano gruppi formati da ragazzi giovanissimi. È anche da questo confronto tra ciò che il punk era allora e ciò che è diventato oggi che siamo partiti per lo speciale di Rockol dedicato ai cinquant’anni di questo genere, ripercorrendo con lui l’arrivo di quella musica in Italia, il DIY, la nascita di una scena, il rapporto con il mercato e le nuove tecnologie, fino a una domanda che attraversa tutta la conversazione. Che cosa è rimasto davvero del punk?

Cinquant’anni dopo la nascita del punk, quanto quella musica e quello spirito sono ancora attuali?
Steno
: Cosa c'è di più punk di questi tempi che stiamo vivendo? Il punk mi pare la colonna sonora più adatta a tutto quello che stiamo digerendo nel mondo.

Come avvenne l'arrivo del punk in Italia?
Steno
: In Italia accade sempre tutto un po' dopo, e il punk da noi arrivò qualche anno dopo rispetto alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, più o meno negli anni Ottanta.

Cosa fu il punk in quei primi anni?
Steno: Con “punk” si intendevano i gruppi che suonavano e si vestivano in maniera non uniforme per quegli anni musicali. La parola "punk" significa letteralmente "spazzatura" e al tempo serviva per indicare i "gruppi spazzatura", quelli che in teoria non dovevano piacere a nessuno. Un gruppo, quando non suonava bene o aveva dei problemi, veniva considerato punk.

Andando indietro con la memoria, ricordi il momento in cui scoprìsti il punk? Che cosa ti colpì?
Steno: Me lo ricordo molto bene. Il primo gruppo che ascoltai furono i Damned. In effetti, i Nabat iniziarono la loro avventura musicale proprio suonando “I Feel Alright”, un brano originariamente degli Stooges che i Damned avevano reinterpretato in chiave punk. Noi lo rifacevamo seguendo esattamente la loro versione. Ci servì per cominciare a mettere giù le basi e, di fatto, partimmo proprio da lì.

In un periodo in cui dischi e informazioni arrivavano con difficoltà, come fu possibile scoprire il punk in Italia?
Steno
: Per tutti noi di una certa generazione, c’è stato un programma televisivo che è stato una tappa fondamentale. Si chiamava "Odeon", ed era molto seguito dai ragazzi. Durante una puntata, venne proposto questo servizio sul punk, che terminava con uno sputo. In quei periodi non si trovava tanta roba punk, non c’erano le distribuzioni come oggi e i dischi arrivavano con un certo ritardo. Non si trovava materiale, per cui eravamo costretti sempre a informarci. C’era magari qualche programma radio sulle prime radio libere, ma poca roba. Quindi, per molti di noi, quella puntata di "Odeon" fu fondamentale per capire cosa dovevamo fare.

Che cosa rappresentò musicalmente quella scoperta?
Steno
: La musica era quello che un po’ tutti noi ci stavamo aspettando. Parlo di noi ragazzi: stavamo tutti aspettando qualcosa che sarebbe arrivato. Tutti avevamo questo sentore, però nessuno sapeva bene cosa. La musica di quel periodo, che si divideva tra i cantautori e quel poco di rock che riusciva ad arrivare dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti, era un po’ stantia. Parlo di gruppi come Led Zeppelin e Deep Purple. Quando arrivò il punk fu un terremoto. Per me lo è stato, mi ha cambiato decisamente la vita. Non avevo mai sentito nulla di simile. Tutto a manetta, tutte le frequenze alte, basse e medie insieme, sparate a mille, la velocità e le voci arrabbiate, come eravamo noi in quel periodo. È stato fondamentale per moltissimi di noi. Io sono tra questi.

Se dovessi indicare alcuni riferimenti fondamentali del punk internazionale, da dove partiresti?
Steno
: Per il punk c’è il nome dei Damned davanti a tutto. Ma sono molto legato anche agli Stooges, perché noi siamo legati a Iggy Pop che, come noi, ha un passato blues. C’è un collegamento molto forte, forse l’anello di congiunzione tra i due generi. Siamo legati molto ai gruppi che venivano considerati proto-punk. Poi tutto il resto. Non c’era una cosa che non mi piacesse, dai Clash ai Sex Pistols, ai Vibrators. La scena inglese è arrivata per prima, poi sono arrivati anche gli americani e poi c’è stato tutto il periodo hardcore.

E per quanto riguarda l'Italia?
Steno
: Io sono diventato punk tra il ’78 e il ’79, per cui in Italia c’era ben poco. Però mi piace ricordare alcune persone e alcuni artisti che in qualche maniera hanno fatto parte anche loro di questo movimento, come Faust’O. Era un personaggio molto particolare. So che il parallelo è un po' forte, ma è stato una sorta di Bowie italiano. A Milano c’era un gruppo molto forte, che purtroppo non ha fatto tanta strada, i Mittageisen. Mi piacevano tantissimo. Fra l’altro distribuivamo anche i loro dischi, che erano solo 45 giri, se ricordo bene, in una tiratura di quattro-cinquecento copie. Qui a Bologna abbiamo avuto l’esempio del rock demenziale, che era una sorta di risposta italiana a ciò che accadeva Oltremanica. Le basi non erano proprio punk, erano più rock, però nei testi e nell’atteggiamento erano già molto vicini a noi. Però c’erano gruppi come Gaznevada e gli stessi Skiantos, che avevano capito più o meno com’era il suono che stava arrivando e lo hanno fatto. Mi sento di citare anche loro a livello italiano. Sicuramente sto dimenticando qualcuno. Non voglio non citare anche i primi Decibel.

Prima dell’arrivo del punk eri già musicista o fu proprio quella scoperta a spingerti a cominciare?
Steno:
Ero già appassionato di musica, perché vengo da una famiglia molto musicale. Da sempre mio padre comprava dischi, quindi siamo stati abituati a sentire tanta musica in casa, ma non suonavo. Per me è stato fondamentale il “vai e fallo” dei Clash, in pratica. La differenza, la cosa nuova che portava il punk, era proprio che tutti potevano farlo. Mentre prima, per essere un musicista, quantomeno dovevi avere una formazione. Molti musicisti delle vecchie epoche vengono dal conservatorio, avevano almeno una partenza classica e poi si sono adattati al rock. Nel punk non è così. Con il punk tutti lo possono fare, perché sono quattro accordi in barrè con un tempo a quattro quarti di batteria. Era molto più facile trovare persone che potessero farlo. Oppure era facile imparare a farlo.

Quindi il vero elemento rivoluzionario non era tanto la tecnica quanto la possibilità di esprimersi senza aver bisogno di una formazione tradizionale?
Steno
: Il punk non aveva come attitudine la tecnica, ma il messaggio, il fatto di apparire in un modo molto scioccante per gli altri e con dei testi altrettanto scioccanti.
In un certo qual modo è ciò che poi accade molto più tardi con la computer music. Oggi chiunque può fare qualsiasi cosa, dal costruire una canzone, registrarsela e mandarla sulla rete, magari diventando anche famoso. Tutto questo secondo me comincia con l’arrivo del punk, perché già il punk dava ai ragazzi questa opportunità che prima non c’era, a meno che non andassero a scuola di musica. Questa è la grande novità di quegli anni.

In questo senso l'etica DIY (“do it yourself”) del punk può essere considerata un antenato dell’autoproduzione e dell’autopromozione di oggi?
Steno
: Sì, direi che proprio oggi tutto avviene così. Io la ritengo una conseguenza di tutto quello che è successo.
Le prime fanzine, che tenevano in contatto gli uni con gli altri, non sono altro che una sorta di Facebook arcaico. Prendiamo ad esempio anche “Rockerilla”, che è stato uno dei primi giornali. Le pagine dei lettori, che erano più o meno alla fine del giornale, erano tra le più interessanti, proprio perché c’era già un dialogo molto forte. Tante persone scrivevano e nel mese dopo qualcun altro avrebbe risposto. Ci si teneva molto in considerazione sotto questo aspetto. Erano tutti segnali che avrebbero poi formato il mondo che stiamo vivendo oggi. Era solo questione di tempo.

Anche slogan come “No Future” e riferimenti come “1984” ti sembrano ancora attuali?
Steno
: Il punk diceva “No Future”, parlava di “1984”, il libro di George Orwell. Oggi penso che, proprio in questo periodo brutto che stiamo vivendo, come ogni inizio secolo, quel concetto è attualissimo. C’è una società della guerra, una guerra permanente che non tocca più di tanto, però esiste. Una guerra non dichiarata, proprio come quella che stiamo vivendo un po’ adesso. C’è una sorta di controllo totale come quello che stiamo vivendo noi tramite i telefoni. Sai benissimo che se parli di certe cose dopo un po’ ti arrivano notifiche, pubblicità e tutto quello. È proprio questo periodo che stiamo vivendo.

Cinquant’anni dopo, però, il punk non è più una piccola sottocultura. Che cosa è diventato?
Steno:
Delle volte mi chiedo come mai ci sia ancora il punk. Perché il punk oggi è cambiato rispetto a quello che era. Una volta eravamo una nicchia di persone, eravamo una minoranza e basta. Oggi invece il punk si può dire che sia a tutti gli effetti una sorta di musica popolare, perché in questi cinquant’anni è stato accettato da tutti. Una volta, quando si parlava di rock, si parlava di Deep Purple, il riferimento era sempre ai Led Zeppelin, agli Sweet, ai Queen e via così. Oggi, quando parli di rock, spesso si pensa ai Clash, ai Sex Pistols per i più anzianotti, e magari agli altri, i NOFX, gli Offspring e tutto il resto. È cambiata proprio la collocazione del punk. È diventato a tutti gli effetti il rock di oggi ed è una musica popolare, perché ha attecchito un po’ dappertutto.
Le scene punk sono in tutto il mondo. C’è il punk francese, c’è il punk italiano, riconosciuti come generi musicali, e anche altri. Direi che quello che stiamo vivendo è ciò che noi cantavamo, forse ancora non consci di quello che sarebbe successo quando eravamo un pochino più giovani.

Oggi esporsi sembra apparentemente molto più facile, anche grazie ai social. È diventato davvero più semplice prendere posizione?
Steno
: Per me prendere posizione è sempre difficile. Manifestare un pensiero e dirlo a tutti, specialmente se magari è un pensiero che va controcorrente, è sempre stato difficile. Oggi, secondo me, viviamo il periodo della non comunicazione, proprio perché ci sono talmente tanti modi di comunicare. Chiunque può dire qualsiasi cosa, basta andare su qualsiasi social. Ci sono talmente tanti modi per poter comunicare che la gente non comunica più. La comunicazione è diventata fittizia, nel senso che non ha più quell’importanza che poteva avere una volta. Comunicare dei messaggi era molto più difficile proprio perché non c’erano i mezzi. Ci si riusciva tramite i concerti, tramite le marce che facevamo per far capire che c’eravamo anche noi oppure tramite le fanzine.

Com’era invece entrare in contatto con quella scena quando ancora non esistevano internet e social network?
Steno
: L’incontro più banale e normale poteva essere quello di capitare durante un concerto punk, magari in maniera casuale, passando per caso. Ricordo che quando ero ancora un ragazzino, andavo in una discoteca il cui DJ metteva sempre del rock nell’ultima parte della sua programmazione musicale. Andava la disco music, ma grazie a lui era possibile sentire già qualcosa di diverso. C’erano degli episodi casuali grazie ai quali entrare in contatto con questo nuovo mondo. Non tutti avevamo la stessa sensibilità musicale e per alcuni andava benissimo con quello che c’era. Qui magari entravano in gioco anche le situazioni familiari o anche lo stato sociale delle persone: poveri, ricchi, non ricchi, medio-ricchi o poverissimi. La maggior parte di noi era abbastanza povera. Poi c’erano anche persone che se la cavavano un po’ meglio. Nessuno decide la famiglia in cui nascere.

Quell’essere una minoranza contribuiva anche a creare un senso di comunità?
Steno
: Noi ci sentivamo tutti fratelli, anche perché eravamo pochi. Se vedevi una persona vestita come te che non conoscevi, quantomeno la salutavi, se non addirittura ti mettevi a parlare. C’era una sorta di senso di comunità che stava nascendo. E questo era più comunicativo di tutto quello che abbiamo oggi, che di fatto serve a non comunicare. Oggi siamo tornati a mandarci messaggi, mentre cosa c’è di più veloce che parlarsi telefondandosi? Per cui questa tecnologia in parte ha fatto regredire un po’ la comunicazione tra le persone. Io appartengo a una generazione che si è adeguata malamente a conoscere tutte queste nuove tecnologie, e non sempre tutto viene bene. Siamo una generazione molto elastica, che è nata nel Novecento e sta vivendo il secolo dopo. Il Duemila è molto forte, secondo me.

Quindi oggi abbiamo molti più strumenti, ma anche una comunicazione più dispersiva?
Steno
: Sì, oggi è molto dispersivo tutto. Però, se ti muovi con una certa cautela, puoi anche comunicare. Il problema è che spesso, quando le persone accendono un computer o un telefonino, non si collegano per comunicare, ma più che altro per far vedere come sono, per ricevere tanti like e tutte queste cose. La comunicazione è abbastanza triste.

Parlando della difficoltà di comunicare nell’epoca dei social, che rapporto hai con queste piattaforme?
Steno:
 Personalmente non li uso molto. Instagram non ce l’ho e vorrei chiudere anche Facebook. Però per le attività dei Nabat in molti contattano i profili social della band. È un gran casino. Adesso c’è una persona che ci aiuta a seguire i canali del gruppo. 

C’è stata mai una piattaforma digitale che ti è sembrata più vicina allo spirito delle vecchie fanzine?
Steno
: MySpace mi dava l’idea, quando insieme agli altri facevamo le cose, di fare le fanzine. Perché all'inizio noi una fanzine, come tutte le band, la facevamo insieme. Incollavamo la foto, scrivevamo le cose. MySpace mi riportava lì, ed è stata l'unica piattaforma a darmi ancora quella sensazione. Poi è diventato tutto un’altra cosa. Facebook non è la stessa cosa, purtroppo. MySpace era proprio una roba che ci riguardava, era una roba nostra, era musicale, era personalizzabile. È una grande mancanza. Quello ricordava molto la radice.

Dopo tanti anni di concerti e festival, che cosa riconosci ancora del punk delle origini nelle nuove generazioni?
Steno
: La rabbia sicuramente. Poi ho un po’ di difficoltà, perché è un mondo talmente variegato che diventa difficile dare una connotazione precisa. Ritengo che il fatto di dire delle cose sia un pochino scemato, però rimane questo muro musicale. Molti gruppi di oggi sono molto più duri di quello che potevamo essere noi. In un certo modo la cosa è andata avanti. Poi i generi si sono un po’ mescolati, certi confini sono stati abbattuti. Oggi c’è una miscellanea di musica che viene da lì, che ha la nostra radice, ma che di fatto è un’altra cosa. L’importanza del testo, secondo me, non c’è più tanto, mentre musicalmente c’è ancora questo muro del suono. In questo senso le cose sono andate avanti, poi dipende da cosa cerca uno dalla musica. 

Quanto riesci ancora a seguire di quello che accade nelle nuove scene?
Steno
: Personalmente, forse un po’ per l’età, non sono un gran seguace. Sono curioso, mi interesso, ascolto e poi magari boccio. Io sono molto legato alla musica dei Nabat. Ma oggi ascolto veramente di tutto. Ascolto anche moltissimo blues e folk. In ogni genere musicale ci sono persone interessanti, persone che ti fanno vibrare. È cambiata molto anche la mia considerazione. Però, su questi generi qua, ritengo che anche l’estetica sia molto importante.

In che modo è cambiato il rapporto tra punk, estetica e mercato?
Steno
: Un dato fondamentale che abbiamo notato, e non solo recentemente, è il merchandising dei gruppi. Si vendono tantissime magliette, T-shirt, polo. E si vendono pochi dischi.
Una volta, quando andavamo in giro, non avevamo capi di abbigliamento di nessun tipo, però avevamo con noi le cassette del nostro gruppo, i primi vinili che facevamo, tutto in autoproduzione. Oggi è cambiato veramente tutto. Anche il punk è molto più “brand”, per semplificare. Essendo un genere popolare, che tutti in qualche maniera conoscono e possono praticare, decadono un po’ quei vincoli che noi avevamo per rimanere puri.
Oggi potresti vedere un gruppo punk, come è già successo, a Sanremo, o in altri festival molto accettati dal grande pubblico. Una volta questo non sarebbe stato possibile. È stata una forma, se vuoi, di degenerazione da un certo lato, ma è anche ciò che ha messo il punk nella condizione di essere conosciuto e praticato da tutti, da coloro che vogliono praticarlo, ovviamente.

All’inizio, invece, anche il modo di vestirsi aveva un significato politico e culturale preciso.
Steno
: Il look per noi, l’abbigliamento, era determinante, era rivoluzionario. Vestirsi in un certo modo era una cosa rivoluzionaria ed era un modo per essere simili. Il fatto di vestirsi con la giacca di pelle, le borchie, i capelli sparati per aria era la regola per poter fare parte dei nostri movimenti, delle nostre cose. L'abbigliamento era una cosa molto importante e anti-commerciale. Specialmente all'inizio, addirittura, i punk indossavano anche giacche e cravatte da ufficio, da persona seria. Si usavano delle icone del borghesismo - che definirei borghesismo più che borghesia, proprio per infangiarlo - per essere contro tutto questo. Si voleva scioccare, si voleva far capire alla gente che c’era anche un altro mondo, meno garbato, più povero, e non soltanto quello che la TV raccontava. Perché quegli erano gli anni della TV. Oggi siamo andati addirittura oltre anche il computer, siamo negli anni dell’intelligenza artificiale, e anche questo è “1984” di Orwell e tutto il resto.

Se il punk volesse ancora disturbare davvero, contro cosa dovrebbe ribellarsi oggi?
Steno
: Esattamente contro le stesse persone e gli stessi status che c’erano allora, che oggi sono molto più organizzati e molto più efficaci, se vogliamo. Le lotte ci sono ancora. Una volta c’era un mondo solo, adesso ci sono più mondi, più dimensioni. A volte le persone si sfiorano, ma appartengono a mondi talmente diversi che non si incontreranno mai. Tutto questo prima era molto più difficile.

Nel frattempo il punk ha generato molte altre sottoculture e si è mescolato con generi differenti.
Steno
: Il punk è evoluto. Ci sono tante altre sottoculture che vengono da lì ma che oggi vanno oltre il punk. I generi si sono incontrati. Ci sono fusioni con il metal, con il black metal e tante altre cose. Magari non sentono di appartenere al punk, però in realtà c’è un filo conduttore molto forte. È solamente che la musica si adatta ai tempi che vive. Tutto qua. Tuttavia, i problemi restano e ci sono ancora delle tematiche che ci portiamo dietro da tantissimi anni.

Riascoltando oggi una vecchia canzone dei Nabat come “Scenderemo nelle strade”, sembra quasi di ritrovare una fotografia del presente.
Steno
: A volte me lo sono chiesto: come mai un gruppo che è nato alla fine del ’79 è ancora qui a cantare e suonare questa roba? Il primo concerto l’abbiamo fatto a ottobre del ’79 e poi era già il 1980. Non mi spiego il motivo per cui siamo ancora qui. Forse la ragione è proprio questa. I bisogni che avevamo allora sono quelli che abbiamo anche oggi. Forse è questa la ragione per cui i Nabat sono ancora, secondo me, un gruppo attuale.

Nei Nabat il testo continua quindi ad avere lo stesso peso che aveva agli inizi?
Steno
: Per noi il testo è molto importante. Bisogna sentire quello che diciamo. Noi operiamo esattamente come allora: facciamo le stesse identiche cose, creiamo dei testi sulle cose che vogliamo dire e poi le cantiamo. Su questo aspetto non abbiamo fatto migliorie o siamo andati avanti. La musica che suoniamo è la stessa di allora. Magari siamo diventati un po’ più bravi, abbiamo fatto delle scelte musicali, ma le priorità sono sempre quelle. Oggi è molto peggio di allora, però. Il tempo che viviamo oggi ritengo sia molto peggio, in tutti i sensi, di quello degli anni Ottanta. La speranza è completamente morta.

C’è poi un episodio diventato quasi parte del folklore dell’underground italiano: il pubblico che ai concerti urla “Fate i Nabat!”. Avete mai capito da dove sia nata questa storia?
Steno
: Abbiamo un po’ indagato, perché ovviamente lo urlano anche a noi. Ad altri del mio gruppo dava un po’ fastidio. A me personalmente è una cosa che piace tantissimo. Indagando, abbiamo saputo che i primi “Fate i Nabat!” vennero urlati a un concerto di Francesco De Gregori. Lui si incazzò anche un po’, perché dopo la terza o quarta volta che veniva urlato “Fate i Nabat!” disse: “Ma che cazzo sono questi Nabat? Ma state tranquilli!”. Più o meno questa è stata la reazione. Da lì è cominciata questa usanza di dire “Fate i Nabat!”. Noi la datiamo intorno agli anni Novanta. È abbastanza vecchia, tutto sommato, però è ancora molto in uso.

Che significato aveva e ha assunto quell’urlo?
Steno
: Alla fine il succo è sempre stato questo: magari vai a un concerto, per cui ti aspettavi una cosa che alla fine non c'è, e allora per protesta si urla: “Fate i Nabat!”. Oppure, se la musica proposta non è quella che piace, si urlava “Fate i Nabat!”. E i Nabat diventarono un po’ un’icona che rappresentava una musica di un certo tipo. Noi ce la giustifichiamo in questa maniera. Chi sia stato il primo a cominciare, in termini di persona, ovviamente non lo sappiamo. Tanti gruppi, come i Confine e altri, hanno fatto pezzi sul “Fate i Nabat!”. Per me è una cosa simpatica, non mi dà fastidio.

Visto che la storia sembra partire proprio da un concerto di Francesco De Gregori, che rapporto hai avuto con lui e con la tradizione dei cantautori italiani?
Steno
: Per me loro sono music business. Personalmente non ho mai visto un concerto di De Gregori, però ho seguito delle interviste, ho sentito quello che diceva e non mi piace. Ritengo che ci sia anche un po’ di arroganza in lui. Non mi piaceva nemmeno il binomio De Gregori e Dalla. Non mi è mai piaciuto nessuno dei due. Quella cosa dell’impegno De Gregori l’ha usata per diventare famoso. Non ho neanche mai capito certi accostamenti tra De Gregori e Bob Dylan. Io amo Bob Dylan, mi piace Bob Dylan. Assolutamente De Gregori non c’entra niente con Bob Dylan. Se c’è un cantautore in Italia che poteva, in un certo qual modo, portare avanti i discorsi di Dylan, sia musicalmente sia a livello di liriche, quello era Francesco Guccini, che veramente è riuscito a incarnare e a portare nella nostra lingua certe tematiche come nessuno ha mai fatto. Uno dei più grandi. Non lo dico perché è morto da poco, ma io ho sempre ammirato Francesco Guccini.

Che cosa apprezzavi in particolare di Francesco Guccini?
Steno: Era una gran persona, un grande musicista. Ha scritto delle cose incredibili. In un certo senso, Guccini era molto vicino a noi punk - più di tantissimi altri artisti, anche più rock di lui - proprio nel pensiero e nelle cose che diceva. Era anche capace di esporsi e di esprimersi, ma non ha mai sfruttato la sua popolarità per fare cose. Anzi, a un certo punto ha mandato tutti a quel paese ed è andato a vivere nel paese d’origine, sulle montagne tra la Toscana e l’Emilia. È un gran personaggio. Guccini era uno che viveva della propria essenza, un grande scrittore, uno che ha scritto testi incredibili, che sono seminali per tutti. Un vero punk.

Dopo tanti anni di attività del Vecchio Son, pensi che la musica possa avere ancora una funzione sociale e offrire ai ragazzi delle possibilità concrete?
Steno
: Sì. Ad esempio, con noi, con i Nabat, una cosa che ci tengo a dire è che vediamo un ricambio generazionale incredibile. Ai concerti dei Nabat c’è un pubblico molto omogeneo, ma la maggior parte sono ragazzi molto giovani. Questo lo vediamo un po’ dappertutto, anche fuori dall’Italia, ma specialmente in Italia. Quindi vedi che c’è ancora questo contatto. Magari non più tanto come una volta, quando era più di massa. Oggi non è così, ma prende ancora una fetta cospicua dei ragazzi di oggi. Non tutti, ovviamente.

Lo stesso ricambio generazionale lo vedi anche nelle sale del Vecchio Son?
Steno: Al Vecchio Son abbiamo tantissimi ragazzi. Abbiamo gruppi punk, gruppi rock, di rock duro, gruppi metal, di slam, black metal, quello che vuoi. E sono tutti ragazzini. Cominciano dai tredici anni in su. La nostra è una realtà abbastanza felice da questo punto di vista. Abbiamo tanti ragazzi che forse, in un certo qual modo, riusciamo anche a salvare da quelle che sono le miserie della vita di quartiere, e alludo alle droghe e a tutto il resto.

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