«ONE IS A CROWD - Suz» la recensione di Rockol

Suz - ONE IS A CROWD - la recensione

Recensione del 08 mar 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Elettronica, Hip Hop, Soul. Vanno scritti tutti con la maiuscola per una questione di rispetto, e per distinguerli da quelli che si possono scrivere in minuscolo. Una precisazione scontata fino ad un certo punto, perché non fa mai male ricordare che sono le materie prime a fare la vera differenza. E Suz? Suz è finita sulle pagine di The Observer con il suo Trip Hop. Un bel mix di Elettronica, Hip Hop e Soul di quelli maiuscoli. E’ arrivata a pubblicare “One is a crowd” dopo anni passati sui palchi a fare esperienza; collaborazioni, progetti, featuring, un primo album (“Shape of fear and bravery”) che la fa venire fuori per l’artista che è, ponendo allo stesso tempo le basi per quello che sarà. Il Trip Hop oggi è un genere bistrattato? Sottovalutato? Dimenticato? Mmh, un po’ tutte queste cose. Mettiamoci poi che non è più nemmeno troppo di moda e avremo un quadro abbastanza esaustivo della situazione di partenza. Sono passati ormai i tempi del Wild Brunch, i tempi di Bristol Caput Mundi. Purtroppo aggiungo io. Da noi poi di act in grado di venire fuori con un Trip Hop fatto come si deve se ne contano davvero molto pochi. La maggior parte delle volte è una faccenda straniera, al massimo un terreno fertile da cui prendere spunto ma nulla di più. Ecco, in questo panorama poco incoraggiante “One is a crowd” rappresenta la più fulgida delle eccezioni. Dieci i pezzi in scaletta in cui c’è lo zampino, e si sente, di Ezra (produzione) e Alessiomanna dei Casino Royale (quest’ultimo come co-autore), impreziositi dai featuring di Angela Baraldi ed Estel Luz dei torinesi DotVibes. Non basta?



Mettiamoci anche una spruzzata di Marc Bolan, de “I quattro quartetti” di T. S. Eliot (vedi “Let one be a crowd”, forse il pezzo migliore del disco), e un campione del tema dei titoli di testa del film “The Yakuza” di Sydney Pollack (in “To here and now”). Mettiamoci Shakespeare (in “A thousand deaths” e “Out of the blue”). E’ facile allora fare due conti e capire come effettivamente un disco solo possa in realtà essere un insieme di tante cose; “One is a crowd”. Chi è Suz? Suz è una e molte, Suz è “One is a crowd”. Di solito le opere in cui gli autori si riversano per raccontarsi in profondità sono quelle più rischiose. Perché si fatica a trovare la giusta via di mezzo tra la confessione e l’autocelebrazione, tra la stucchevolezza e la spontaneità. Suz è riuscita però a trovare la giusta dimensione grazie ad una produzione impeccabile, ad un grande lavoro in studio (la cupa profondità di un pezzo come “Nighthawk” è l’esempio più lampante), ma soprattutto grazie ad un gusto per la melodia innato (“Distant skies” e “Frailest China” sono, fuori dai denti, due singoli pressoché perfetti in un mondo ideale) e un orecchio allenato dall’esperienza.

Tutti elementi che fanno di “One is a crowd” un album attuale e maturo allo stesso tempo. Esattamente come il Trip Hop. Che come genere forse non sarà più di gran moda, ma la buona musica, quella non passa mai.
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