«GUERRA E PACE - Fabri Fibra» la recensione di Rockol

Fabri Fibra - GUERRA E PACE - la recensione

Recensione del 05 feb 2013 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Ho sempre diffidato dell’entusiasmo dei convertiti, e adesso mi trovo nella posizione del convertito - il che mi imporrebbe di moderare il mio entusiasmo. Però non posso nemmeno tacere la mia ammirazione per un disco che ho ascoltato cinque volte per dovere - per preparare un incontro-intervista - e che poi ho riascoltato almeno altre tre volte per piacere, a dispetto della scomodità dell’ascolto in streaming (ma di questo vi dirò post scriptum).
Di rap e hip hop non sono né competente né appassionato. Non è per snobismo, è che quello non è il mio pane: ci vogliono denti troppo giovani per masticarlo. Non credo di aver mai ascoltato per intero un disco di rap e/o hip hop prima di questo, anche se, ovviamente, mi è capitato di sentire qualcosa qui e là, se non altro per una minima esigenza di aggiornamento professionale (però non ho ancora ben chiara la differenza fra rap e hip hop: mi perdoneranno i puristi e i tecnici se mi capiterà di confondere i due termini). Per dire, mi è capitato di frequentare i ragazzi di un gruppo del varesotto, gli Huga Flame, che conobbi in tempi assolutamente non sospetti, assegnando loro il primo premio ad un concorso di cui presiedevo la giuria (parliamo del 2002), e di seguire la loro bella crescita con affetto e attenzione; ho apprezzato certe cose di Frankie Hi-NRG MC; ma per il resto confesso la mia ignoranza, dovuta non a chiusura pregiudiziale nei confronti del genere (anche se mi hanno sempre dato molto fastidio un certo look e una certa gestualità che possono aver senso negli Stati Uniti, ma che secondo me importati pari pari in Italia sono semplicemente ridicoli) ma causata dalla consapevolezza di cui dicevo prima - anche perché diffido degli anziani che si atteggiano a gggiovani e millantano un’apertura mentale che fisiologicamente non possono possedere.
Però Fabri Fibra mi ha spesso incuriosito. Quando ho letto e recensito per Rockol il suo libro, “Dietrologia” , l’ho trovato brillante e consigliabile; e gli sconfinamenti pop - o almeno alle mie orecchie suonavano pop - di alcuni suoi brani recenti (“Vip in trip”, “L’italiano balla”) mi sono sembrati divertenti e non banali. Più recentemente, in prossimità dell’uscita di questo disco, il singolo “Pronti, partenza, via!” mi è parso un eccellente esempio di leggerezza profonda, o di profondità leggera (scegliete voi l’ossimoro che preferite). Sarà, anche, che mi fido molto dell’istinto dei bambini, che hanno orecchio per le canzoni che funzionano - e infatti mio figlio, tre anni, l’ha eletta fra le sue canzoni del momento - ma, insomma, al momento di accettare la proposta di intervistare il rapper di Senigallia non mi sono tirato indietro, e non ho demandato il compito a qualcuno più competente di me. Mi incuriosiva conoscere la persona, più ancora che il musicista. E sono molto contento di averlo conosciuto.
Ma qui si deve parlare del disco, no? E allora, dirò che “Guerra e pace” mi è parso un lavoro ottimo, realizzato in maniera eccellente da Michele Canova e zeppo di spunti interessanti.
Come dicevo, non ho la competenza per esprimere un giudizio tecnico: ma da semplice ascoltatore, ho trovato molto accattivanti alcuni brani. Ad esempio la sequenza iniziale: “Bisogna scrivere”, che “campiona” una frase del testo di una canzone dei Baustelle; “Voce”, di cui trovo emozionante (dico davvero) l’impatto della frase cantata “E c’è una voce in testa che rimbomba / dice ‘Noi andiamo in onda’”; “Che tempi”, arricchita dalla partecipazione vocale del soul singer Al Castellana. Di “Pronti, partenza, via!” ho già detto; “Panico”, alla quale partecipa Neffa, è molto suggestiva; lo è altrettanto la title track “Guerra e pace”; “Ring ring” e “Cento quindici” hanno potenzialità da singolo; e la bonus track su iTunes, “Troppo di tutto”, mi sembra dotata delle stimmate di un manifesto programmatico, e non sfigurerebbe come editoriale su qualche importante quotidiano (e magari, come avvenne per la famosa osservazione di John Lennon sui Beatles “più popolari di Gesù”, provocherebbe roghi sacrificali dei dischi di Fabri Fibra, per via della frase “vengo a svelare il quarto segreto di Fatima: la Chiesa sparirà”).
In realtà, quello che più mi ha fatto appassionare alle canzoni di “Guerra e pace” è la fittissima messe di locuzioni e allocuzioni, citazioni e riferimenti, perifrasi e rimandi, che rivela una straordinaria ricchezza lessicale (e un’altrettanto ammirevole capacità di manipolazione delle parole: Giuseppe Antonelli, l’autore di “Ma cosa vuoi che sia una canzone”, potrebbe scriverci un piccolo saggio). Adesso che ci penso, sono abbastanza sicuro che Fabri Fibra sarebbe piaciuto a Edmondo Berselli, e mi dispiace davvero di non poter leggere cosa avrebbe scritto lui dei testi delle canzoni di questo disco.
Nei quali abbondano riferimenti cinematografici (“Karate Kid”, “Missione impossibile”, “Il Padrino”, “Il mago di Oz”, “Austin Powers”, “Arancia meccanica”, “Un giorno di ordinaria follia”, “Il sesto senso”, “Pretty woman”, “Seven”, l’horror cinese, la Sofia Coppola di “Lost in translation”, persino il Florestano Vancini di “La neve nel bicchiere”, 1986; e tutto il finale di “Frank Sinatra” è un omaggio agli sproloqui del computer HAL nel finale di “2001 Odissea nello spazio”); nei quali vengono nominati colleghi della musica (Arisa, Ligabue, Alberto Camerini, Jovanotti, Lucio Dalla, Vasco Rossi e - “en travesti”: lo dico senza malizia, ma nel senso che il nome e cognome sono deformati - Valerio Scanu); nei quali sono sparse frasi che potrebbero diventare proverbiali, o almeno arricchire qualche dizionario di “quotes” (“Sono in cerca di Dio come ogni scrittore”, “Bisogna stare attenti e mettere da parte i buoni sentimenti”, “Ci vuole un gran coraggio ad essere perdenti”, “Sbaglia meno chi ha poche idee”, “Non accettare consigli da chi non accetta mai consigli”, “Si viene al mondo per essere intrattenuti”, “Non c’è l’evento se non c’è l’attesa”, “La rivincita migliore è il successo”, “Nessun cazzo è duro come la vita”); nei quali compaiono allusioni non facili da decrittare (“ti insegno a camminare come a Clara” la capisce solo chi ha visto i cartoni animati di Heidi; “Era meglio quando c’era Aelle” è una strizzata d’occhio ai cultori del genere - “Aelle” è stata per tutti gli anni Novanta una rivista italiana di cultura hip hop; “parlate tanto in radio tu e Rita” è uno sberleffo a un’emittente di solo musica italiana - R Ita, geddit? - che non trasmette le canzoni di Fabri) e personaggi non proprio da settimanale da parrucchiera (Aleister Crowley, Nikola Tesla).
E nei testi abbondano, anche, critiche aspre e brutali all’Italia contemporanea. “Tutti inculano tutti, in Italia: praticamente qui da noi si nasce già con un cazzo nel culo”. “Dall’estero non ci riescono a decodificare”. “E il Paese non si mette in moto”. “Dove stanno le nuove proposte - intendo in politica, non i cantanti?”. “Il Paese dove i giovani parlano come i vecchi e dove i vecchi fanno ancora i giovani”. “Questa nazione sembra sempre a un passo dalla fine”.
Frasi da pamphlet, con la forza dello slogan e il peso del giudizio lapidario. Ma veicolate, trasmesse, sostenute da una musica robusta, energica, accattivante: tutto il contrario, quindi, di quella sedicente “canzone d’autore” soporifera, prolissa, saccente che si continua a spacciare per un genere “alto” e che invece è diventata una melassa vischiosa che celebra i suoi riti davanti a pubblici sempre meno numerosi e che non riesce più a trasmettere nessun messaggio che non sia quello di una insopportabile autoreferenzialità. Quella di Fabri Fibra è eccellente canzone d’autore: moderna ma non “gggiovane”, sociale ma non politica, impegnata ma non pallosa. E mai noiosa. Applausi per Fibra.
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