«HUMMINGBIRD - Local Natives» la recensione di Rockol

Local Natives - HUMMINGBIRD - la recensione

Recensione del 30 gen 2013 a cura di Ercole Gentile

La recensione

“Hummingbird” significa colibrì. La traduzione letterale è uccello del ronzio, rumore che l'animale compie per il suo velocissimo battito d'ali. I colibrì hanno anche capacità particolari rispetto ad altri esemplari della loro specie, come quella di volare all'indietro.
Ecco in questo secondo capitolo discografico dei Local Natives non c'è nulla di tutto ciò: il ronzio è un sound molto definito e melodico e il volo la band di Los Angeles casomai lo compie in avanti e non indietro. Si, perchè si capisce fin da subito che le cose sono cambiate rispetto all'ottimo “Gorilla Manor” , album con il quale i Nostri riscossero grandissimi consensi alla fine del 2009. Da allora di acqua ne è passata molta sotto i ponti: un soddisfacente tour mondiale, ma anche eventi meno felici come la separazione dal bassista Andy Hamm e la scomparsa della madre del vocalist Kelcey Ayer. Due episodi che hanno segnato i Local Natives nella scrittura di “Hummingbird”, un lavoro indubbiamente meno solare rispetto al suo predecessore, più introspettivo e si, talvolta anche malinconico. Se ci aggiungete poi Aaron Dessner dei National (che con loro ha suonato e prodotto l'album), ecco che gli ingredienti ci sono tutti. Prendiamo la bellissima canzone d'apertura “You & I”: fin dal primo acuto di Ayer si intuisce il registro più riflessivo del pezzo, ed a confermarlo ci sono i cori più tirati e le parole: “When did your love, when did your love go cold?/ The closer I get, the farther I have to go/ To places we don't know”.




In tutto il disco si avverte una sensazione di ansia, di analisi, di incertezza: come nel lento “Three months” oppure nella commovente “Colombia”, dedicata dal frontman alla madre (colombiana) defunta: “A hummingbird crashed right in front of me and I understood all you did for us [...] If you never felt all of my love/ I pray now you do").
Sono davvero pochi gli episodi in cui l'atmosfera si fa più solare sia a livello di testi che di musica (e vicina al primo disco): gli echi di Talking Heads “Wooly mammoth”, la chitarra giocosa di “Breakers” e poco altro.
“Hummingbird” segna indubbiamente un cambiamento per i Local Natives. I ragazzi sono cresciuti e la spensieratezza ora deve convivere con le difficoltà che le vita ci mette davanti ogni giorno. Il risultato è sicuramente buono (il sound, ad esempio, è molto più definito e completo rispetto al primo lavoro), forse non ancora eccezionale. Ma si sa, i veri mutamenti hanno bisogno di tempo ed il nuovo percorso della band californiana è appena cominciato. To places we don't know...
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