«FADE - Yo La Tengo» la recensione di Rockol

Yo La Tengo - FADE - la recensione

Recensione del 17 gen 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

“Fade into you” è un pezzo tremendamente amaro e malinconicamente incantevole dei Mazzy Star, e probabilmente anche il modo migliore per avvicinarsi con cognizione di causa a un disco come “Fade” degli Yo La Tengo. Il punto di contatto, si badi bene, non è solamente la condivisione del titolo (o parte di esso), e nemmeno la vicinanza stilistico/emotiva delle due band. Direi più la comunanza d’intenti. La rappresentazione del concetto di dissoluzione di un corpo ben definito, che sia fisico o spirituale, all’interno di un’entità esterna ad esso, è il nostro punto di partenza.

I Mazzy Star trattano l’argomento con una ballata dai toni lievi, una nenia docile e cupa che parla d’amore alla maniera degli anni Novanta, e di quanto questo porti addirittura a fondere sotto ogni aspetto, nel bene ma soprattutto nel male, due persone. Io mi dissolvo in te. Gli Yo La Tengo, arrivati al tredicesimo album in studio, puntano invece ad un altro genere di dissoluzione, quella sonora. Indipendenti praticamente per definizione, alternativi, psichedelici, noise; i Velvet Underground e la melodia da una parte, i Sonic Youth, i feedback, il cosiddetto “rumore” dall’altra: questi gli Yo La Tengo fino ad oggi, e aggiungerei con un “discreto” successo. Nascere nel 1984 significa avere oggi ventinove anni, diciamo oramai compiuti, e se è vero che nel mondo del rock vale la regola canina “un anno ne vale sette”, fate voi i conti. Giusto per essere chiari e sgombrare il campo da eventuali dubbi quando si parla di piena maturità. Ora, “Fade”.



“Fade” sono dieci pezzi, poco più di quarantacinque minuti di musica, volti a restituirci un gruppo che a questo punto non ha più bisogno di andarsi a cercare, ma preferisce viversi. Traduco. Niente passi avanti dettati dalla ricerca di un nuovo suono o chissà cosa: al tredicesimo album suoniamo come chi può dire di essere arrivato al tredicesimo album. Che per gli Yo La Tengo significa tutto quell’elenco che ho sciorinato poche righe sopra, però in dissolvenza. Meno chitarre, tanta melodia (archi, ci sono gli archi), pezzi sostanziali dai contorni ben delineati, attitudine folk e spirito (addirittura) dream pop. Il resto è tanta America, nel senso musicale più nobile; quella degli storytellers a sei corde capaci di farti crollare al suolo con un pugno di accordi. Poi d'accordo, qualche “tiratina” vecchio stile la si infila, e ci mancherebbe altro. Magari all’inizio e alla fine, così se per caso ti capita di sentirlo di sfuggita quello che ti rimane sono il prologo e il finalone, e puoi andare a dire in giro che questo è davvero un disco degli Yo La Tengo che tanto ti piacevano, quelli di “I can hear the heart beating as one”. Ira Kaplan è un furbacchione, ma va benissimo così e non sarò certo io a fargliene una colpa, anzi. Ci sono almeno sette pezzi su dieci che finiranno sparsi nelle classifiche di fine anno un po’ di tutti, me compreso (e solo perché ci sembrerà “brutto” citarli dal primo all'ultimo): l’incredibile opening “Ohm”, la ballatona “Is that enough”, “Well you better”, capolavoro vintage/essenziale che - ne sono più che certo - Stuart Murdoch adorerà alla follia, “Stupid things” (la quintessenza degli Yo La Tengo), la ninna nanna per voce, chitarra e cuori robusti “I’ll be around” (capolavoro numero due), “Cornelia and Jane”, con una Georgia Hubley da ricovero, e il duetto acustico “Two trains” (capolavoro numero tre).

In un’interessante intervista pubblicata sul Mucchio di gennaio, si legge di un Ira Kaplan preso ad ammettere candidamente la propria “stupidità” nel non aver mai avuto “… l’idea geniale di sciogliere il gruppo per poi riformarlo”. Ironia a parte, comunque molto intelligente, se gli Yo La Tengo ad un certo punto si fossero sciolti per poi riformarsi probabilmente oggi non avremmo un disco come “Fade” tra le mani. Forse tra qualche anno, probabilmente mai. Ti entra sottopelle con una facilità disarmante. Fade. Into you.
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