«LONG LIVE A$AP - A$AP Rocky» la recensione di Rockol

A$AP Rocky - LONG LIVE A$AP - la recensione

Recensione del 14 gen 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

Da un po' di tempo l'hype del mondo hip-hop ha un nome: A$AP Rocky. E siccome oggi l'hip-hop è l'unico genere che crea mercato e consumi a ritmi costanti, allora diventa l'hype di tutto il music biz. In più A$AP Rocky è di New York, città alla ricerca del nome nuovo, ora che Jay-Z è un family business man e il mercato è monopolizzato da rapper della scena West Coast e Southern.
Nel 2011 questo bel ragazzotto di Harlem si fa conoscere da dj trendsetter e hipster newyorkesi grazie a un mixtape dal titolo “Live Love A$ap”. Bei suoni, ottimi beat, gran tecnica nel rap. La RCA fiuta l'affare e lo blocca con un contrattone da 3 milioni di dollari, uno dei più alti per un rapper esordiente.
Da qui inizia la lavorazione del disco d'esordio, che si fa sempre più lunga e travagliata tra featuring e produttori che si moltiplicano, i consueti arresti e piccole esibizioni live nei festival, più cool che hip-hop, come quello organizzato da Pitchfork.
L'uscita di "Long Live A$AP" - il titolo del nuovo disco, nei negozi dal 15 gennaio - viene rinviato ben cinque volte, facendo crescere hype e aspettative. E ora eccolo qua, preceduto da un sacco di singoli e dalle consuete copie pirata sulla rete.
La RCA ovviamente non ha badato a spese. Il disco è super prodotto da gente come Hit Boy e T-Minus, ma anche da superstar fuori dal mondo hip-hop come Danger Mouse e Skrillex. E il risultato si sente: le basi sono molto buone e curate, beat giusti e suoni stilosi e anche le cose più tamarre – tipo, appunto, il featuring di Skrillex – funzionano.
Il problema è proprio A$AP Rocky (A$AP è l'acronimo di "Always Strive and Prosper" ma anche "Acronym Symbolizing Any Purpose"). Tra il gangsta rap più rude e il trend setter fashion victim, il giovane Rocky pur essendo dotato di un ottimo flow, non riesce ad essere credibile né nell'una né nell'altra parte. Niente a che vedere con la naiveté di Tyler The Creator – rapper facente parte della crew Odd Future di L.A. - a cui spesso è stato accostato. E anche le canzoni così sovraprodotte, con featuring non sempre all'altezza (in “Hell” gli interventi di Santigold non vanno da nessuna parte, e Kendrick Lamar è sprecatissimo in “Fuckin' problems” il nuovo singolo dove si parla solo di figa e scopate), con continui inserimenti chopped & screwed (tecnica della scena Southern basata su voci rallentate, pause e salti di tempo) sovrastano qualsiasi tipo di hook che servirebbero a farlo diventare un big seller - anche se, nonostante tutto, lo diventerà. La canzone e il video di “Goldie” sono un esempio di tutto questo.




Sui testi stendiamo un velo pietoso: quando non trattano della triade Pussy, Money & Weed (“PMW All I really need”) con solite formule già sentite, sono una lista di brand di abbigliamento e degli stilisti più cool (“Fashion killa”) con un'ossessionata ripetizione della parola nigger che è da Guinness dei Primati.
Anche la bella copertina con la bandiera americana inganna. Concludendo, molto fumo (in tutti i sensi), grande operazione di immagine e poca sostanza.
E pensare che il papà lo aveva chiamato Rakim, in onore di Eric B & Rakim, padri dell'old school, tanta tecnica, passione e grandi idee.
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