«NEL GIARDINO DEI FANTASMI - Tre Allegri Ragazzi Morti» la recensione di Rockol

Tre Allegri Ragazzi Morti - NEL GIARDINO DEI FANTASMI - la recensione

Recensione del 12 dic 2012 a cura di Daniela Calvi

La recensione

I dischi dei Tre Allegri Ragazzi Morti hanno un grande potere. Ti sorprendono e ti rassicurano allo stesso modo, come è capace di fare solo il ricordo di un grande, vecchio amore. I tre di Pordenone durante il tempo libero riescono a distrarsi in mille modi (etichette discografiche, management, label e associazioni culturali, pubblicazione di libri/fumetti, reading, produzioni artistiche…) eppure quando la musica li chiama, quando pulsa sotto il suolo delle terre provinciali e di confine, Toffolo e compagni sanno come farla uscire e sanno come dare vita a canzoni senza tempo, inedite per il significato ma che ti sembra di conoscere da sempre per esperienza e mestiere. Ti sorprendono e ti rassicurano, appunto.

Ogni album nuovo dei Tre Allegri è come se avesse la capacità di farti scordare il precedente, perché ancor più bello, intenso, magico e misterioso. Poi lo ascolti bene e ti rendi conto che in realtà è tutto collegato, è tutto un seguito di qualcosa di già accennato, di già sussurrato. “Nel giardino dei fantasmi” non è quindi più bello de “La seconda rivoluzione dei Tre Allegri Ragazzi Morti” e di “Primitivi dei futuro”, semplicemente è come se ne fosse il seguito, il capitolo successivo (ma mi piace pensare anche che possa essere parallelo, delle volte). E se pensiamo che questa grande storia che è la vita vera ce la raccontano a modo loro (e come piace a noi) dal 1997, allora se un po’ nostalgici ed emotivi lo si è, non si può fare a meno di emozionarsi ancora e di portare a questa band tutto il rispetto che gli si deve. Coerenti con il loro stile, ma sempre pronti a sperimentare, i Tre Allegri hanno dato alle stampe un disco da ascoltare dall’inizio alla fine, un album che parla a tutti e con tutti intendo anche quei ragazzini incompresi che si incendiavano ai loro concerti su brani come “Occhi bassi”, “Signorina primavolta” e “La mia foto” e che, cresciuti, aspettano ancora oggi un loro live come se fosse un rituale al quale partecipare con scarpe comode e tutto lo spirito buono che c’è.



I Tre Allegri sono tornati, sono tornati in grande stile. Quando annunciarono che “Primitivi del futuro” sarebbe stato un album reggae, in molti ci siamo spaventati. Poi lo abbiamo ascoltato. Lo abbiamo amato, lo abbiamo sudato e divorato. E non ci è sembrato più poi tanto diverso o strano. Con la rivisitazione dello stesso in stile dub-step abbiamo ballato, sorriso e goduto. Ora con “Nel giardino dei fantasmi” non possiamo far altro che tornare ad aprire gli occhi alla realtà e farci trasportare al ritmo dei Tre Allegri nelle loro canzoni che, come dagli inizi, posseggono ancora quel velo di rassegnazione (dei brutti tempi in cui viviamo ne sanno parlare a meraviglia…) e consapevolezza adagiato sopra a tanta speranza. Si torna a parlare di adolescenza perduta e anime strappate alla vita nella bellissima ed irresistibile “I cacciatori” dove la melodia la fa padrona, si torna a ritmi rock tribali come l’apripista “Come mi guardi tu” e “Bugiardo”, e poi ci sono loro, le canzoni che già al primo ascolto ti viene voglia di cantarle a squarciagola (così come accadde con “Il mondo prima” e negli anni che furono con “Ogni adolescenza”): “La mia vita senza te”, dove ritorna il reggae e che ha quel tocco di triste romanticismo in levare che ti entra subito in testa e nel cuore e che si prende a braccetto con la successiva “Alle anime perse”, un ritornello predominante, una canzone diversa per l’intenzione dalla precedente, ma simile per destino, bellezza della melodia e immediatezza. Tenebrosa, dark, con una intro quasi alla Celentano è invece “La fine del giorno”: un rock blues con battiti di mani, voce bassa in primo piano, echi che si uniscono in coro e arrivano da lontano, giri di basso da far ruotare vorticosamente la testa e da farti dimenticare qualsiasi altro strumento… un piccolo capolavoro. In puro stile bacini e rock’n’roll arriva “La via di casa” mentre “Bene che sia” ricorda “La poesia e la merce” di “La seconda rivoluzione sessuale…”, ma con un testo completamente diverso: questa volta i Tarm fantasticano poco e sono più reali che mai, lasciando da parte le metafore animalesche e confezionando una delle canzoni più vere e sincere del disco. L’evoluzione, la trasformazione e la crescita tornano a fare capolino con la corale e reggaeggiante “E poi si canta” che lascia il posto a “Il nuovo ordine” che inizialmente sembra una canzone celtica e fiabesca ma che in realtà si sviluppa su arrangiamenti che rimandano ai più recenti Gorillaz di Damon Albarn e - osando un po’ di più - ad un certo Tom Waits. Il disco si chiude con un altro episodio degno di nota: “Di che cosa parla veramente una canzone?” (che personalmente mi ricorda anche i Perturbazione… non avrei potuto chiedere di meglio) è il brano perfetto per il gran finale, orchestrato, ironico, smaliziato, popolare e ritmato a dovere.

Basta, del disco ci sarebbe molto altro da dire, come del resto sui Tre Allegri Ragazzi Morti. Non sempre è facile parlare di qualcosa in cui si è coinvolti personalmente, spesso si corre il rischio di essere imparziali e di parlare più con il cuore che con la ragione. Ma datemi retta… ascoltate questo album e vedrete che - coinvolti o meno - passerete i quaranta minuti meglio spesi del mese.



Tracklist:
“Come mi guardi tu”
“I cacciatori”
“Bugiardo”
“La mia vita senza te”
“Alle anime perse”
“La fine del giorno (canto n° 3)”
“La via di casa”
“Bene che sia”
“E poi si canta”
“Il nuovo ordine”
“Di che cosa parla veramente una canzone?”
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