«THE JAZZ AGE - Bryan Ferry» la recensione di Rockol

Bryan Ferry - THE JAZZ AGE - la recensione

Recensione del 12 dic 2012 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Sorpresa: un cantante carismatico e dalla voce vellutata pubblica un album strumentale che suona come un vecchio disco in gommalacca di novant'anni fa. Verrebbe da prenderlo per un bizzarro capriccio, una contraddizione in termini, forse anche una provocazione, se Bryan Ferry non avesse dichiarato in tempi non sospetti il suo amore per il jazz di Charlie Parker e per la musica che non ha bisogno di parole, oltre che per le canzoni che anticipano di decenni la sua data di nascita (il 1945). "As time goes by", nel 1999, aveva scoperto definitivamente le carte, rivistando gli standard degli anni Trenta del secolo scorso, i sempreverdi di Cole Porter e di Rodgers & Hart; e stavolta, in occasione delle celebrazioni dei quarant'anni di carriera, il dandy inglese ha fatto una scelta consequenziale ma più radicale: postosi alla guida di una Bryan Ferry Orchestra cui il disco è intestato, ha spento il microfono e ri-immaginato il suo celebre repertorio (solista, e con i Roxy Music ) come fossimo ai tempi effervescenti e speranzosi della "jazz age", il decennio o poco più trascorso a tutta velocità tra la fine della Grande Guerra del '15-'18 e il crollo della Borsa a Wall Street (a proposito di ricorsi storici). Lo ha fatto con l'intento esplicitamente dichiarato di rievocare i suoni gloriosi degli Hot Seven di Louis Armstrong , dei Wolverines di Bix Beiderbecke, della Original Dixieland Jazz Band e delle orchestre di Duke Ellington e Humphrey Lyttelton, riesumando l'epoca ruggente del Grande Gatsby, dei party danzanti e di quella "yellow cocktail music" inebriata di champagne di cui scriveva Francis Scott Fitzgerald.

L'ascolto può risultare sconcertante, ma se si accetta di partecipare al gioco il divertimento è assicurato: sotto la direzione sicura del fedele braccio destro Colin Good, "The jazz age" è un flusso di suoni scoppiettanti e gracchianti da vecchio grammofono a manovella, tra clarinetti e tromboni, sax basso e baritono, pianoforte e batteria, chitarra e steel, banjo e ukulele suonati da un manipolo di scafati musicisti esperti del genere. Una perfetta ricreazione in vitro, un suono volutamente e deliziosamente âgée racchiuso in un involucro altrettanto prezioso, una elegantissima copertina che compone dinamiche e stilizzate illustrazioni d'epoca del poster artist parigino Paul Colin, il miglior traduttore e interprete in immagini dello spirito sbarazzino e avventuroso della jazz age. Passata la sorpresa iniziale, le melodie del back catalog di Ferry emergono riconoscibili in superficie, tra lo swing spumeggiante di "Do the strand" e "Don't stop the dance", il jungle ellingtoniano di "The bogus man" (stava su "For your pleasure", 1973, con Amanda Lear e una pantera nera in copertina), l'exotica al sapor tropicale di "Avalon", il ritmo da pista da ballo di "Slave to love" e di "I thought" (scritta con Brian Eno per "Frantic", 2002) , il romanticismo languido di "Just like you" (da "Stranded"), la malinconia di "Love is the drug",la sensualità sudamericana di "This island earth" e via danzando lungo tutto l'arco della produzione di mr. Ferry, da una crepitante "Virginia plain" (il primo, leggendario singolo dei Roxy) all'incedere felpato di "Reason or rhyme" (che nella "collector's edition" dell'ultimo "Olympia", 2010, era già apparso anche in versione strumentale).





Il senso? Divertimento puro, esercizio di stile, sperimentazione giocosa sul crinale della nostaglia, sfida a se stessi e all'ascoltatore, forse. Musica d'evasione per tempi difficili, ora come nei favolosi anni Venti. Un'operazione bizzarra e a suo modo riuscita, che dimostra - ce ne fosse bisogno - la "classicità" senza tempo di certe cose lasciate in eredità dai Roxy e dal loro elegantissimo front man. Come il Joe Jackson di "The duke" e l' Iggy Pop di "Après", Bryan ha un prurito passatista, vuole manifestare a tutti amori per anni coltivati in privato. Lo ha fatto in modo più convincente dei colleghi: "The jazz age" non sarà uno dei dischi dell'anno, difficile però trovare in giro qualcosa di più curioso e originale (e ai dandy di tutto il mondo piacerà di sicuro).
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