«GOOD KID, M.A.A.D. CITY - Kendrick Lamar» la recensione di Rockol

Kendrick Lamar - GOOD KID, M.A.A.D. CITY - la recensione

Recensione del 08 nov 2012 a cura di Michele Boroni

La recensione

Da alcuni anni si parla molto (sì, pure troppo) di storytelling. Sembra che qualsiasi forma di espressione artistica o di comunicazione debba obbligatoriamente ricondurre a una narrazione per essere presa in considerazione da critica e pubblico. E allora, quale genere meglio del rap per raccontare una storia?
L'esordiente sul mercato mainstream Kendrick Lamar, ma già piuttosto noto sulla scena underground con la sua crew Black Hippy, ha deciso per il suo primo disco di raccontare la sua formazione adolescenziale (l'acronimo contenuto nel titolo sta per "My Angry Adolescent Divided" ) a Compton, sobborgo di Los Angeles già scenario di molti dischi hip-hop (NWA su tutti).
Ok. Un concept disc. Di formazione. Nel 2012.
Non certo un'idea originalissima.
Il sottotitolo “A short film by Kendrick Lamar” ci dice chiaramente che il format narrativo è più vicino al minifilm, anche se non è previsto alcun cortometraggio. In realtà la struttura sembra più quella della serie tv: ogni canzone è un episodio di vita vissuta che incrocia storie di microcriminalità e religione, prime attrazioni sessuali e ghetto alcolizzato, brutalità della strada e attaccamento alla famiglia. Le immagini evocate e i temi sono quelli dei classici hood movie anni 90, ma qui Lamar affronta ogni singola canzone con una complessità drammaturgica rara, catapultando l'ascoltatore al centro della periferia urbana, all'interno di un affresco corale di vite disperate, con in mezzo il giovane Kendrick diviso tra l'etica del successo gangsta (“Backseat lifestyle”) e la speranza di uscirne (“Good kid”). Questo contrasto interiore fa sì che l'io narrante si moltiplichi in tante voci e punti di vista contraddittori, coscienza e bullismo; un esempio evidente è la complessa messa in scena di ben 12' di “Sing About Me, I'm Dying of Thirst”.
Senza troppi giri di parole, "Good Kid MAAD city" è senza dubbio il più bel disco hip-hop dell'anno, forse il miglior esordio dai tempi di Nas (molti punti in comune con “Illmatic”) e Kanye West. Le canzoni non possono non ricordare i migliori Outkast sia per le sofisticate basi tra psichedelia e jazz sia per il flow molto tecnico e la ricchezza delle strutture.
“Swimming Pool (Drunk)” è una delle tracce più rappresentative e che, all'interno del percorso di vita del giovane Kendrick, rappresenta una sorta di discesa agli inferi.




La maturità del suono è opera della produzione esecutiva di Dr. Dre - il quale, per lasciar spazio al giovane pupillo, ha ancora una volta rinviato l'uscita del suo attesissimo “Detox” a cui sta lavorando dal 2004. Dr.Dre è riuscito nella difficile impresa di far convivere la freschezza espressiva di Lamar con una serie di beatmakers di gran livello (Pharrel Williams, T-Minus e Just Blaze tra gli altri), riuscendo ancora una volta a spostare in avanti il suono west coast che lui stesso aveva creato ai tempi dei NWA.
“Good Kid MAAD city” è un lavoro maturo e centrato pur essendo incredibilmente variegato. Lamar è così convinto dei suoi mezzi che si permette di escludere dal disco il primo singolo “The recipe” (Con la partecipazione di Dr. Dre) e la sinuosa versione di "Now or never" dei Roots con il contributo della divina Mary J. Blige, per inserirli come bonus extra della versione deluxe (consigliatissima!), solo perché non trovavano giusta collocazione nella narrazione del disco principale.
Prima di finire non possiamo non citare “Poetic Justice” (feat Drake) che utilizza il sample di Janet Jackson dell'omonimo film con Tupac Shakur e la finale Compton, dove il nostro insieme a Dr.Dre tornano nel quartiere da sopravvissuti e quindi da regnanti.
Eh sì, c'è l'happy ending.
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