«BABEL - Mumford & Sons» la recensione di Rockol

Mumford & Sons - BABEL - la recensione

Recensione del 23 set 2012 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Ormai sono acclamati come rock star, ma guardateli in copertina: più facile scambiarli per impiegati in relax dopolavoristico. O in un gruppo di buskers di classe media, con le custodie degli strumenti appoggiate per strada. Il verdetto di "Babel", secondo album dei lanciatissimi Mumford & Sons , è più che confortante. Se non la fantasia, i quattro ragazzi di West London hanno portato al potere passione, semplicità, una ventata di freschezza e di irresistibile comunicativa. Perché sia toccato a loro, e a loro soltanto, assurgere a fama mondiale, riempire le arene e scatenare l'amore di folle osannanti (anche in Italia, i ricordi di Verona e Ancona sono ancora freschi) non è dato di sapere, questione probabilmente di tempismo e sincronicità: in America, dove fioriscono altre giovani confraternite come gli Avett Brothers , e nel resto del mondo c'è voglia di acusticità. Di suoni rustici e fragranti, autentici e puliti capaci di distinguersi dalla poltiglia preconfezionata che continua a passare in radio e in tv, di gente vera che con la musica trasmetta emozioni sincere e umanità.

Mumford & Sons sono perfetti, in questo ruolo: pane al pane e vino al vino, intelligenti e svegli, con il fuoco che arde nelle vene (gli anglosassoni dicono nel ventre) e un'energia incontenibile, un entusiasmo giovanile che sprizza da tutti i pori. Nel debutto "Sigh no more" di tre anni fa (un successo incredibile e inaspettato, anche negli Stati Uniti) come nel nuovo "Babel", il "difficile secondo album" che ha avuto una genesi abbastanza laboriosa. Distratti da mille concerti, da lodi sperticate, da premi (i Brit Awards) e da inebrianti collaborazioni - in studio con mr. Kinks Ray Davies, sul palco dei Grammy con i fratelli Avett e nientemeno che Bob Dylan - erano reduci da una stagione frastornante che avrebbe potuto fargli perdere la bussola e il senso delle proporzioni.

Non è andata così, evidentemente hanno le idee chiare e i piedi ben piantati per terra. L'immagine di copertina, di nuovo, è un indizio: hanno saputo restare composti e concentrati mentre alle loro spalle impazzavano la festa e il casino. "Babel" non è una rivoluzione ma un'evoluzione, il suono è sempre quello, e inconfondibile: un impasto biologico e saporito di chitarra acustica, banjo, mandolino, pianoforte, contrabbasso, percussioni (con l'aggiunta, qua e là, di una sezione fiati). I fan della prima ora riconosceranno soprattutto nel terzetto iniziale - "Babel", "Whispers in the dark (che si chiude con un feedback), l'ondeggiante singolo "I will wait" accompagnato da un video live filmato nella lunare e meravigliosa cornice di Red Rocks, Colorado - certe irresistibili progressioni, la potenza dinamica, l'epica impetuosa del quartetto, e quel suo peculiare mix di folk britannico e bluegrass americano, speziato da fiati un po' Western e un po' bandistici, che forse spiega qualcosa del loro appeal transatlantico e del loro successo planetario.

Lo spiegano loro stessi, nelle interviste, che questo è da intendersi come un secondo capitolo della stessa storia, non come un salto brusco del fossato. E per fortuna che Markus Dravs, abituato alla grandeur di Arcade Fire e Coldplay , con loro sta più defilato e tiene saggiamente il freno tirato. Cosa c'è di nuovo? Una nuova maturità compositiva, un uso più accorto e forse smaliziato dei contrasti cromatici e dei chiaroscuri, ballate come "Broken crown" in cui affiora un velo di amarezza e di spossatezza. Sono bellissime certe armonizzazioni vocali "strette", da "barber shop" o da angolo della strada ("Lovers' eyes", la conclusiva "Not with haste", la magnifica "Ghosts that we knew": canzoni di qualità superiore), i cambi di tempo e di atmosfera di "Holland road" (qui i fiati ricordano un po' l'ultimo Springsteen di "We are alive") e di "Hopeless wander", che parte piano per poi esplodere a passo di carica come una cavalleria rusticana. Se un limite c'è - ma la musica folk non se n'è mai fatta un problema - è la struttura simile delle composizioni, che iniziano spesso con un arpeggio sommesso di chitarra acustica e una voce sussurrata per poi esplodere in turbinosi crescendo e incontenibili urla liberatorie ("Lover of the light" è un fantastico pezzo da concerto): esuberanza e passione restano uno dei loro migliori biglietti da visita. E' rinfrescante, questa musica, e il suo successo. E' una bella notizia, che i giovani d'Inghilterra e del mondo, musicisti e ascoltatori, si mostrino di nuovo orgogliosi delle loro radici e della cultura popolare. Che per andare avanti si ricordino da dove provengono. Il terzo album forse sarà ancora più difficile, perché c'è il rischio che questa musica diventi una formula. Ma intanto forza Mumford & Sons. Sono bravissimi, simpatici e contagiosi, come si fa a non tenere per loro?
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