«TEMPEST - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - TEMPEST - la recensione

Recensione del 05 set 2012 a cura di Alberto Sibilla

La recensione

Il titolo dell’album è (quasi) identico all’ultima commedia di Shakespeare, “La tempesta”. Ma Bob Dylan, per marcare la differenza, ha detto che la sua opera è senza l’articolo: “Tempest”. Sarà cosi, ma Dylan è un profondo conoscitore del bardo; gli anni sono ormai 71 e la sensazione di opera finale permea tutti i brani. Con queste premesse, il timore è di ascoltare canzoni su cui dare un “oscar alla carriera”, visto anche che si tratta del 35° album. Ma bastano pochi minuti e il cuore si apre: è un grande disco, sicuramente al livello dei migliori.
I testi, come si è già ampiamente anticipato, sono caratterizzati da una atmosfera dark: morte, sangue, perdite, catastrofi … L’inizio con il fischio di Duquesne sembra il ricordo di un treno scaturito da un tempo passato. Il video che ha accompagnato la canzone accentua quest’atmosfera cupa e disperata: la società è violenta, si sta meglio nei sogni. E Dylan è un magnaccia (“You say I’m a gambler, you say I’m a pimp”) circondato da una schiera di strani personaggi - compreso un sosia dei Kiss.




“This is a hard country to stay alive”, canta Dylan “Narrow Way”; tutto il disco è in crescendo: una cupa, folle, visionaria e provocatoria collezione di canzoni come non ne propoponeva da lungo tempo. Le tre canzoni finali sono pervase dall’orrore e dalla morte: la title track, “Tempest”, è il lungo racconto dell’affondamento del Titanic, ispirato da una canzone della Carter Family e, in parte, dal film di James Cameron. Viene anche citato Leo Di Caprio in questa lunga (14 minuti e 42 strofe) ballata: una sorta di “Desolation row” 40 anni dopo, con una cinica e sconsolata visione della società e dei tempi in cui viviamo. La canzone finale, “Roll on John” è dedicata a Lennon, colto nel momento del suo assassinio: “You are about to breath your last …You burned so bright”. Il finale della canzone sembra fortunatamente meno sconsolato, ma “Roll on John” non toglie il senso di dolore che pervade il disco, solo parzialmente mitigato dall’amore e amicizia e dalla fede. “Volevo qualcosa di religioso” ha confidato Dylan a Rolling Stone.
Il sound è un mix di blues, country e folk e, finalmente, rock. A differenza dei precedenti dischi Dylan è meno preso da scelte sonore vintage e sporche: è diventato padrone della musica, sostenuto dalla sua solita band che è al meglio, esaltata da una produzione più pulita, con suoni e arrangiamenti impeccabili. David Hidalgo dei Los Lobos s’inserisce a meraviglia con la fisarmonica e il violino; Dylan e la sua band recuperano il suono al mercurio che aveva caratterizzato i suoi dischi migliori. Sembra una sintesi di tutta la sua musica, con reminescenze da “Highway 61” (“Narrow way”, “Scarlet town”, “Early Roman Kings”) da “John Wesley Harding” (“Tempest”) e ballate perfette (“Tin angel”, “Long and wasted years”, la stessa “Tempest”). La canzone iniziale ha un sound che ricorda “New morning”, ma è una melodia del tutto nuova e resta a lungo in testa. Infine la voce di Dylan, roca, ma finalmente in ottima forma, con energia e senza paura: fornisce una prova di grande e suggestivo livello compattandosi a meraviglia con la band.
Is this the last time? In realtà “La tempesta” non è l’ultima opera di Shakespeare, ma la penultima, per cui speriamo bene. Roll on, Bob...
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