«THE BRAVEST MAN IN THE UNIVERSE - Bobby Womack» la recensione di Rockol

Bobby Womack - THE BRAVEST MAN IN THE UNIVERSE - la recensione

Recensione del 11 giu 2012

La recensione

Le strade del soul revival sono infinite, ed è cosa buona e giusta quando si hanno a disposizione voci e storie di vita così straordinarie. Ricordate? Per affilare gli artigli alla leonessa Mavis Staples , prima Ry Cooder e poi Jeff Tweedy (Wilco) hanno puntato principalmente sulle chitarre e sulla tradizione, sullo spiritual e sulla canzone di protesta legata al movimento dei diritti civili. Per riportare il compianto Solomon Burke nell'alveo della musica secolare, Joe Henry lo mise a confronto con la grande canzone d'autore di area rock e dintorni, e sugli stessi sentieri si è incamminata ultimamente la minuta ed esplosiva Bettye LaVette . Mentre la resurrezione come solista di Sam Moore (la metà di Sam & Dave), nel 2006, è stata architettata giocando sul richiamo di sfavillanti duetti.
Per Bobby Womack, sessantottenne leggenda di Cleveland, Ohio, la cui "It's all over now" regalò ai Rolling Stones il primo numero uno in classifica nel 1964, è stata scelta una strada più coraggiosa e insidiosa. Richard Russell della XL Recordings ( mastermind del testamento sonoro di Gil Scott-Heron, due anni fa) e Damon Albarn , che già lo aveva reclutato per "Plastic beach" dei Gorillaz, ne hanno preparato il gran ritorno (a diciotto anni di distanza dall'album precedente) preoccupandosi più dell'aggiornamento del linguaggio che della scelta del repertorio, arpeggiando sul contrasto di stili, di tonalità e colori: la voce di Womack, "una macchina stagionata e meravigliosamente consunta" (così il giornalista inglese Brett Warner) che evoca orgoglio nero, antiche battaglie e grandi tormenti personali (di cui la biografia dell'artista è ricca) appoggiata a samples e beats elettronici, a sfondi sonori ultramoderni e quasi ambient. I puristi già imprecano, gli amanti del sound trendy e sofisticato giubilano. E comunque funziona, almeno in parte, solo perché dall'altra parte del mixer c'è un personaggio carismatico e a tutto tondo, un soul survivor sopravvissuto a un matrimonio controverso con la vedova di Sam Cooke (il suo mentore e scopritore), alla perdita di due figli, alla dipendenza dalla cocaina, al diabete e a un tumore al colon. Soprattutto, va detto, quando i due produttori non spingono troppo a fondo sull'acceleratore, fedeli a quel progetto minimalista di contaminazione che di Albarn sembra ormai diventato un tratto caratteristico.
Aperto dalla voce graffiata e graffiante di Bobby e da un violoncello, il pezzo che apre e intitola il disco è forse l'esempio più felice di questo electro soul con i piedi piantati nella tradizione storica: orchestra e pianoforte (Albarn lo suona in tutto il disco), grande melodia e patterns ritmici, atmosfera suggestiva ed effetto assicurato. Ha ragione chi scrive che questo è in realtà un disco con tre titolari, perché il ruolo di coprotagonisti che Albarn e Russell si sono ritagliati non è da sottovalutare: tanto che in "Dayglo reflection", aperta dalla voce sfrigolante di Cooke recuperata da una vecchia intervista, dopo una sola strofa è la chiacchieratissima Lana Del Rey a impossessarsi del microfono e a recitare una parte convincente in un'atmosfera jazzy, autunnale e tipicamente britannica che più albarniana non si potrebbe. "Please forgive my heart", chiusa da una chitarra acustica strimpellata quasi con noncuranza, è un altro pezzo forte di un album sempre pericolosamente in bilico tra deep soul e lounge music e "Sweet baby mine", col suo respiro lento e l'incedere ieratico, uno dei momenti in cui la voce vulnerata e ruggente di Womack ha più occasione di sfavillare.
Meno interessante il secondo "lato", anche se la maliana Fatoumata Diawara, un'altra prediletta di Albarn che l'ha voluta con sé nel recento progetto Rocket Juice and The Moon , regala un cameo delizioso e un'interpretazione sentita in "Nothin' can save ya". A Womack, quanto meno al Womack di oggi, si addicono meno i ritmi upbeat e i ritornelli facili di "Stupid" (un attacco ai predicatori businessmen che prosperano negli States) e di "Love is gonna lift you up", i synth sovrabbondanti di "If there wasn't something there", di atmosfera quasi new wave, e l'implacabile bum bum di "Jubilee". Tanto che vien voglia di tornare ad ascoltarsi "Deep river", un popolare spiritual che l'indomito Bobby affronta da solo, voce e chitarra acustica, "all thrills and no frills". Il momento sacro in un disco profano, una visita mattutina alla chiesa pentecostale dopo una serata trascorsa a fare nightclubbing.




(Alfredo Marziano)
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