«OUT OF THE GAME - Rufus Wainwright» la recensione di Rockol

Rufus Wainwright - OUT OF THE GAME - la recensione

Recensione del 23 apr 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Rufus Wainwright ha elaborato il lutto e si è dato una regolata. Lui, impersonificazione di genio e sregolatezza, profondamente devastato dalla morte della madre. Ci aveva lasciato grandi dubbi due anni fa, quando aveva pubblicato il minimale e cupo “All days are night”, dopo un live e un disco tributo a Judy Garland.
Rufus è tornato, con “Out of the game”, il suo disco più a fuoco dai tempi di “Poses” e del primo capitolo di “Want”. Da lì in poi si era fatto prendere la mano dal suo talento, oltre ogni limite. E persino la presenza di un grande come Neil Tennant (Pet Shop Boys, alla produzione di “Release the stars”, penultimo album di inediti nel 2007) lo aveva messo in riga sì, ma fino ad un certo punto.
Invece questa volta la presenza di un grande produttore è servita davvero a qualcosa: Mark Ronson ormai non ha bisogno di presentazioni, e lo si capisce fin dall’inizio, con la title track, una mid-tempo semplice e retrò, che mette in mostra la fantastica voce di Rufus e la sua straordinaria capacità di creare melodie. Una capacità che ci eravamo un po’ scordati, e che avevamo temuto persa per sempre quando venne diffusa in rete la prima traccia di questo album, qualche settimana fa, “Montauk”, più simile alle ultime cose recenti, con quegli svolazzi vocali che sembrano non andare da nessuna parte. Ecco, state tranquilli: è la canzone meno bella di un disco che è fatto di canzoni-canzoni.
Ronson ci mette del suo, talvolta in maniera percettibile ma non troppo, come in “Rashida” o “Jericho”, anche loro ascrivibili al canovaccio della canzone retrò che permea tutto l’album. Talvolta non si sente, come nella finale “Candles”, lunga ballata dai risvolti folk. Talvolta è mimetico, ricalcando ottimamente suoni altrui, come i fiati beatlesiani di “Welcome to the ball”. Talvolta la sua presenza è più decisa, come in “Perfect man”, che inizia con quel beat contemporaneamente moderno e retromaniaco che ha fatto la fortuna delle cose migliori di Amy Winehouse.
Ora, sarebbe ingeneroso dare troppo credito a Mark Ronson, come sarebbe altrettanto ingeneroso non dargliene: il talento di Rufus è immenso e anche il miglior produttore non può far nulla su un cantante privo di canzoni e di melodie, e quelle abbondano, in questo disco. E siamo anche consci che tutto questo non può durare. Che la stravaganza musicale di Rufus - che pure qua non viene negata, ma solo un po’ contenuta e imbrigliata - tornerà a debordare nelle prossime produzioni, perché è giusto che così sia. Però ci godiamo questo momento: perché Rufus Wainwright è molto, molto di più che una canzone pop. Ma quando ne ha voglia, la sa fare. Eccome se la sa fare, con una classe che nessuno ha e che non scompare mai, e che è sempre presente in questo album.

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