«THE SOMETHING RAIN - Tindersticks» la recensione di Rockol

Tindersticks - THE SOMETHING RAIN - la recensione

Recensione del 12 mar 2012 a cura di Davide Poliani

La recensione

A prescindere dal fatto che "The something rain" possa piacere o meno, è comunque ammirabile come i Tindersticks - nonostante gli inevitabili alti e bassi, i cambi in formazione e gli impegni a margine, specie per Stuart Staples - siano riusciti a tenere la barra a dritta riconfermandosi, a vent'anni dalla prima prova sulla lunga distanza e a quindici dal loro primo capolavoro, "Curtains", come una delle band più raffinate e rigorose sulla piazza: invece di adagiarsi su un copione collaudato (e ancora attuale) il gruppo di Nottingham sceglie di assecondare il proprio istinto, ormai lontano anni luce dalle atmosfere avvolgenti e sinfoniche dei primi anni e sempre più proiettato da un lato verso un jazz cinematico e notturno e dall'altro verso una psichedelia rarefatta e sottile. Si comincia con "Chocolate", uno spoken word di quasi dieci minuti accompagnato da un impercettibile crescendo strumentale che sfocia in "Show me everything": Staples rispolvera atmosfere caveiane e lascia rincorrersi un riff acidissimo di chitarra ed un ossessivo coro femminile. "This fire of autumn", pur mirabile per arrangiamenti ed atmosfere, non brilla a livello di scrittura: meglio "A night so still", visionaria il giusto, affogata in riverberi lontani coperti da un organo lynchianamente languido, o seguente "Slippin' shoes", che nonostante i fiati riporta ad un "Red right hand" (ancora Cave), solo un poco meno cupa. Il registro cambia parzialmente con "Medicine", aperta da un loop percussivo tanto sintetico quanto essenziale sul quale si appoggia dopo poche battute una chitarra acustica, destinata poi a destreggiarsi tra tastiere e echi: ci si spinge fino a (quasi) il trip hop con "Frozen", scandita da un beat ossessivo sovrastato da un tappeto di fiati e tastiere sul quale guizza, di tanto in tanto, una riverberatissima elettrica stoppata. La voce di Staples si sdoppia, si insegue e si sovrappone fino a confondersi - sul finale - in un mare di delay. Il senso di vertigine viene attenutato da "Come inside", ballata cameristica sobria ma ricca di personalità, che lascia spazio sul finale ad un poderoso excursus della sezione fiati, al quale segue - in chiusura - lo strumentale elettro-minimale "Goodbye Joe".
No, non è un disco semplice, "The something rain". Anzi. E' uno di quegli album che esigono attenzione, la pretendono anche con supponenza, ma poi sanno ripagare egregiamente lo sforzo, quando al terzo riascolto, tra i mille risvolti e i mille colori che Staples, Boulter, Fraser, Harvin, Kitt e McKinna hanno saputo mettere sulla tela, si scorge una sfumatura nuova che fa guardare con luce diversa tutto l'intero dipinto.

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