«NORDEST COWBOYS - Estra» la recensione di Rockol

Estra - NORDEST COWBOYS - la recensione

Recensione del 01 giu 1999

La recensione

Terzo album per la band trevigiana di Giulio Casale, terzo capitolo di una discografia dai contenuti sofferenti e alienati: se METAMORFOSI e ALTERAZIONI mettevano in campo senza dubbi il problema della diversità, della propria originalità e l’intenzione di non cedere al ricatto morale del mondo esterno, NORDEST COWBOYS è un passo avanti e al tempo stesso uno indietro su questa stessa direzione. E’ un passo avanti nel senso che, ambiziosamente, esce dal personale per trasferire la propria analisi su un sistema geopolitico – quello del Nordest, per l’appunto – che viene utilizzato come paradigma sociale dell’ottusità di vivere. Un passo indietro, invece, dal punto di vista quasi freudiano, nel senso che gli Estra per comprendere a pieno la propria ansia di diversità e di non omologazione sono risaliti alla fonte, allo stadio adolescenziale della loro formazione, a un Veneto compresso e svogliato da anni di predominio politico democristiano e poi, con la svolta anniottantistica svuotacoscienze, indirizzato sul doppio binario del razzismo/scissionismo/indipendentismo padano da un lato e dell’etica produttiva come segno di demarcazione sociale dall’altro. Lenta la balena bianca arranca sul cavalcavia, mentre da lontano si sente l’eco di quel celebre pezzo dei CCCP che urlava “Produci, consuma, crepa”; il Nordest degli Estra è un paese popolato di ronde civiche, con sindaci/sceriffi e abitanti/automi carichi di piombo e carbonio e dediti al culto onanista della fuga virtuale. O quella, meno virtuale, della doppia identità “lavoro di giorno/puttane di notte”. I loro tubi di scappamento, le ciminiere dei nuovi templi surriscaldano e incendiano Madre Terra, mentre chi resiste cerca di guardarsi le ferite e di trarne la forza per andare avanti, da solo o con accanto un altro paio di occhi. L’idea del concept album dedicato al Nordest è forte almeno quanto desueta, e in questo senso gli Estra fanno esattamente l’opposto di molti gruppi rock della nuova scena italiana: se Afterhours e La Crus semplificano il segno, cercando di mantenere inalterata la carica, gli Estra vanno a complicarsi la vita nei loro pascoli esistenzialisti, dando vita a canzoni complesse e sicuramente poco fruibili ad un primo ascolto. Alla lunga, però, qualcosa viene fuori e verrebbe quasi da dare ragione a loro per il lavoro fatto: “Signor Jones”, “Vorrei vedere voi”, “Che vi piacca o no”, “Will you be my love?” sono quattro canzoni da antologia, mentre si distinguono pure “Piombo e carbonio”, “Surriscaldando mia madre” e “Nordest cowboy”, con l’intervento di Vinicio Capossela (ospite dell’album insieme a Paolo e Michela degli Scisma). Un album faticoso e a tratti sovrastrutturato, ma con degli sprazzi di grande rock: d’altra parte gli Estra non hanno mai scelto la via più facile, e a chi piacciono, piacciono proprio per questo.
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