«ATTACK ON MEMORY - Cloud Nothings» la recensione di Rockol

Cloud Nothings - ATTACK ON MEMORY - la recensione

Recensione del 30 gen 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Vai in tour con i Titus Andronicus e i Fucked Up. Qualcosa impari. Specialmente con i secondi, figuriamoci. Poi chiami Steve Albini a produrre il nuovo album. E di nuovo qualcosa impari, volente o nolente. E se anche non impari, quantomeno la faccenda un po’ cambia. Lo diceva sempre mia nonna (e mica solo la mia): “Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala”. Dylan Baldi ha iniziato a scriver pezzi indie pop appena diciottenne, cosette lo-fi partorite nella cantina dai suoi a Westlake, in Ohio; la storia è sempre la stessa. Oggi di anni ne ha una ventina, le canzoni sono diventate un progetto, il progetto è diventato una band: i Cloud Nothings. L’esperienza maturata in tour con i bestioni sciamannati di cui sopra, porta Baldi e compagnia a rivolgersi a Steve Albini per produrre il nuovo disco: “Senti Steve, a noi piace come siamo (degli hypster incalliti), ma ci piace molto anche come sono loro (Baldi è un grandissimo fan dei Fucked up), e soprattutto ci piaci tu”.

Albini scende in campo, prende i Cloud Nothings di “Cloud nothings”, quelli indie pop al limite del jingle pubblicitario di “Nothing’s wrong” e del tormentone “Understand at all”, ne conferma le melodie, e inizia a costruirci sopra un impianto post punk di tutt’altra pasta. Fa piacere vedere un ragazzo come Baldi, in pieno ciclone post adolescenziale, scegliere coscientemente la via del cambiamento, piuttosto che continuare a farsi trasportare dalla placida corrente indie pop che, nel frattempo, aveva regalato alla band (e ad una pletora di cloni) i palchi di mezzo mondo. A un anno esatto di distanza (mica cinquanta, uno) dal secondo lavoro, le cose sembrano essere decisamente cambiate.

“Attack on memory” conta otto pezzi contro gli undici del suo predecessore, trentacinque minuti contro ventotto e rotti (di cui nove dedicati solamente a “Wasted days”), e, per quanto riguarda la cover, si passa dall’esplosione di colori del vecchio, al grigiume spento e leggermente sfocato del nuovo. La partenza è affidata all’intro di pianoforte di “No future / No past”, cui si aggiungono rapidamente basso, batteria, chitarra (in ordine di rilevanza) e solo per ultima la litania vocale di Baldi, un gracchiare tormentato che lentamente cresce, come tutto l’apparato, fino all’esplosione finale, il clou del disagio. Repetita iuvant: non c’è futuro, non esiste il passato. Conta solo il presente. “Wasted days” l’avessero scritta gli Strokes staremmo qui a gridare al capolavoro: nove minuti scarsi, inizio ingannevolmente alt rock, cambio che interrompe il crescendo a tre minuti, e via libera alla tiratona psycho post punk da capogiro con relativo reprise finale in stile post rock (Steve, lo sappiamo che è farina del tuo sacco, ma va benissimo così). “I know I'm losing all my time / can't believe/ that it was all mine/ feeling sick/ but I don't know why/ getting tired/ of living till I die”. Disillusione allo stato puro. Old school si dirà, e buonanotte al tanto caro indie pop. O forse no. Perché la seguente “Fall in” è la sintesi perfetta tra prima e dopo, tra anima pop e nuovo spirito punk; idem dicasi per la più soft “Stay useless” (“I need time to stop moving/ I need time to stay useless”). “Separation” è la sberla strumentale che non ti aspetti, tre minuti dissonanti, aggressivi, eppure ballabili (!) fino in fondo. “No sentiment” riprende il mood di “No future / No past”, incupendone ancora di più i toni nella strofa prima si sfoderare l’ennesimo, coinvolgente, ritornello stroksiano. E quando la luce sembra tornare a splendere nell’interessante “Our plans”, ecco che perentoriamente le liriche di Baldi spezzano le gambe anche al più felice tra i felici: “No one knows our plans for us / we won't last long”. “Cut you” infine, chiude più che dignitosamente la baracca rimandando vagamente agli ultimi Death Cab For Cutie (accelerati a dovere e con un decimo della loro eleganza, ça va sans dire), senza però aggiungere nulla a quanto già detto, dandoci così la possibilità di tirare le debite conclusioni.

La prima è che non c’è niente di male nel voler seguire un modello, a maggior ragione quando si hanno vent’anni. Affidarsi totalmente a uno come Steve Albini è stata, per i Cloud Nothings, una mossa senza dubbio azzeccata, che si spera abbia incanalato la band sui binari desiderati. La sua mano si sente, pesante, com’è pesante l’influenza di tutte quelle band che sono già state tirate in ballo, su tutte Strokes e Fucked Up.
La seconda è che tutte queste novità non hanno alterato l’essenza del gruppo. In altre parole il fisico c’era (pop), ma servivano un po’ di muscoli (punk): “Attack on memory”, un ottimo disco di rottura (in primis con il mondo indie super hypsterizzato di oggi) che, per vedere la luce, ha costretto la band a tirare fuori gli attributi. Dylan Baldi lo voleva fortemente, e, viste le recenti esperienze (live), lo voleva così. Fine.
Una volta era la normalità esprimere il disagio post adolescenziale attraverso grandi (medi e anche piccoli) album. Oggi se lo ricordano in pochi. Domani chissà. No future, no past. O come dicevano egregiamente quei tali, “… makes much more sense, to live in the present tense”.

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