«CLEAR HEART FULL EYES - Craig Finn» la recensione di Rockol

Craig Finn - CLEAR HEART FULL EYES - la recensione

Recensione del 30 gen 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

A vederlo, Craig Finn sembra un signor nessuno. Bruttino, occhialuto. Un Clark Kent della musica, come si è autodefinito nel bel ritratto che gli ha dedicato il New York Times, in occasione dell'uscita di questo album.
Perché basta dargli una penna e una chitarra, e si trasforma in uno dei migliori rocker americani in circolazione, soprattutto quando è alla guida degli Hold Steady. Con la sua band ha pubblicato dischi belli e importanti (come l'ultimo "Heaven is whenever"), di quel filone rock che, quasi per rottura con il resto del mondo indie, ha sdoganato tra i giovani l'approccio musicale e narrativo di Bruce Springsteen.
Perché questo è, Craig Finn: un grande narratore. E lo dimostra bene in questo suo primo disco solista, inciso in una pausa dalla sua band, trasferendosi ad Austin, e mettendosi a suonare con musicisti sconosciuti, assieme a Mike McCarthy (Spoon, And You Will Know Us...) come produttore.
Sono canzoni più intimiste, meno epiche e roboanti di quelle degli Hold Steady: e valgono un ascolto e una lettura a prescindere: come raccontava bene quell'articolo sul NYT, Finn è bravissimo a unire l'alto e il basso, i continui riferimenti alla religione e le sbronze, le "rented rooms" dei disadattati e chi cerca una redenzione. I musicisti che accompagnano Finn (Josh Block, Jesse Ebaugh, Ricky Ray Jackson e Billy White) fanno il loro egregio lavoro, confezionando un disco tra l'alt-Country e il roots rock, dove le chitarre elettriche ed acustiche suonano e sostengono la parola tra il cantato e il parlato di Finn, fin dalla prima e narrativa "Apollo bay", alla ballata nashvilliana di "My friend Jesus" e "Terrified eyes", al rock bluesato di "Jackson".
Un piccolo grande gioiello da scoprire, sia che conosciate già gli Hold Steady, sia che vogliate sentire una delle migliori voci narrative americane di questi anni.

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