«LIVING IN THE MATERIAL WORLD - George Harrison» la recensione di Rockol

George Harrison - LIVING IN THE MATERIAL WORLD - la recensione

Recensione del 25 ott 2011

La recensione

Avrete già letto molto su “Living in the material world”, il documentario diretto da Martin Scorsese sulla vita e le opere di George Harrison , puntualmente uscito in concomitanza con il decennale della morte dell’ex Beatle. E probabilmente buona parte delle cose che avete letto sono state scritte da qualcuno che non ha visto tutte le tre ore e mezza del documentario. Io me le sono viste per intero e “dutifully”, come dicono gli inglesi: diligentemente e con attenzione, prendendo appunti. Sarà per questo, forse, che non riesco a condividere l’entusiasmo con cui è stata salutata questa operazione - che, com’è logico, ha anche degli importanti risvolti economici (trasmesso dalla HBO negli Stati Uniti, il documentario è già stato pubblicato in DVD in diverse versioni, alcune delle quali assai costose e ricche di gadgets editoriali: in Italia non è ancora uscito).
Ovvio che, essendo l’operazione approvata e sostenuta dalla seconda moglie di George, Olivia Arias (anche co-produttrice), e dal figlio Dhani, Martin Scorsese abbia potuto avere accesso a una quantità di materiale inedito impressionante proveniente dall’archivio privato della famiglia (fotografie, filmati, lettere di George ai genitori: in particolare, molti video erano stati girati personalmente da George durante la lavorazione della monumentale “Beatles Anthology” in DVD). Ovvio anche che Scorsese abbia potuto raccogliere le testimonianze di nomi altisonanti: non solo i “soliti” Paul McCartney e Ringo Starr e George Martin, ma anche, per esempio, Phil Spector (pre-incarcerazione: un’apparizione per certi versi inquietante); ci si sarebbe potuti attendere la partecipazione di Bob Dylan, che invece non c’è (però Dylan è presente, oltre che in materiale di repertorio, anche in alcuni buffi spezzoni in sala di registrazione dei Travelin’ Wilburys); ma ci sono, oltre ovviamente a Olivia e Dhani, i parenti superstiti di George (i fratelli Harry e Peter, la sorella Louise, le cognate Irene e Pauline), Astrid Kirchherr (l’amica tedesca dei Beatles: a 21’ dall’inizio della prima parte fa vedere una meravigliosa foto da lei scattata a John e George nella soffitta dove dipingeva Stuart Sutcliffe) e - interessante il suo contributo - Joan Taylor, la moglie di “Mr Fix it” Alistair, già assistente personale di Brian Epstein e collaboratore dei Beatles fino ai tempi della Apple. Peccato che Scorsese non abbia avuto il tempo o la voglia di realizzare in proprio le interviste ai testimoni, ma abbia mandato qualcuno al suo posto; non so se sarebbe riuscito a fare di meglio, ma insomma sarebbe stato un segnale di reale e autentico interesse, e avrebbe forse rafforzato la cifra autoriale del progetto.
A dirla tutta, in effetti, la “mano” del regista si sente poco. Ricordo un paio di momenti soltanto che mi hanno colpito per l’efficacia filmica. Uno è a sette minuti dall’inizio della prima parte, quando McCartney racconta del ‘provino’ di George per John Lennon, al secondo piano di un autobus, e mentre sta per accennare canticchiando il motivo di “Raunchy” parte invece, nell’audio, l’intro di chitarra del brano originario di Bill Justis. L’altra è a 36’50”, sempre della prima parte, quando - in chiusura di un intervento di Patti Boyd, che racconta come andò (secondo lei: la versione dell’altro interessato differisce abbastanza) l’incontro fra George e Eric Clapton, quando quest’ultimo andò dall’amico a digli che si era innamorato di sua moglie - a stacco entra un’immagine piuttosto pulp della guerra in Bangla Desh e parte, possente, la versione live di “Wah wah” tratta dal Concert for Bangla Desh. Ci sono alcuni momenti emozionanti: ad esempio, a un’ora, 12’ e 50” della seconda parte, sulle immagini dell’assassinio di Lennon si ascolta “Let it be me” degli Everly Brothers (ne riparleremo più avanti), e si vede un tizio in un negozio di dischi che tiene in mano i ritratti di Lennon e Harrison (quelli allegati all’Album Bianco); un altro, a un’ora e 46 minuti (sempre della seconda parte) è il racconto di Ringo del suo ultimo incontro con George - si commuove, “Sono le ultime parole che gli ho sentito dire”, si asciuga una lacrima e poi ritrova l’aspro sense of humour dei liverpooliani (“sembra un’intervista di quella Barbara Walters del cazzo, no?”, cioè più o meno “Sembra un’intervista di “C’è posta per te”, no?”). Ci sono anche alcuni spezzoni intensi (quando, a 21’50” della prima parte, Harrison guarda un video dei Beatles che cantano “That boy”, con un’emozione non celata dalla risata divertita) e perfino drammatici (quelli del fallimentare tour americano del novembre/dicembre 1974 "George Harrison & Friends North American Tour", con Harrison praticamente senza voce che cerca di curarsi facendo gargarismi di miele e aceto).
Ma, complessivamente, il documentario lascia insoddisfatto lo spettatore esigente. Sbilanciato (i 30 anni dalla nascita, 1943, al 1973 occupano il 75% della narrazione, i quasi altrettanti dal 1973 alla morte - 1981 - sono raccontati troppo ellitticamente), ipertrofico, distratto, lascia scivolare via l’unica vera importante informazione sulla storia della musica che contiene: e cioè che “My sweet lord” fu un’idea di Delaney & Bonnie (lo dice Billy Preston) e che Harrison non voleva farla uscire come singolo (lo dice Phil Spector).
Poca anche la musica inedita: un minuto e mezzo di George che suona il suo amatissimo ukulele, poco più di un minuto di “Deep blue” (il lato B del singolo di “Bangla Desh”) registrato al soundcheck del Concert for Bangla Desh, e una versione diversa dal solito di “Here comes the sun” (c’è anche “Dispute and violence”, un lungo pezzo di Ravi Shankar in una versione alla quale partecipa anche Harrison - credo tratta dal tour live del 1974.
Nella versione Deluxe del DVD è incluso un Cd con dieci tracce musicali, finora ufficialmente inedite: si tratta di demo e versioni di lavorazione di altrettante canzoni, la maggior parte delle quali fanno parte della tracklist di “All things must pass” (il triplo album del 1970 che costituì il “vero” esordio di Harrison da solista, dopo i due sperimentali “Wonderwall” e “Electronic music”). Sono “My sweet lord”, “Run of the mill”, “I’d have you anytime” (firmata da Harrison con Bob Dylan), “Awaiting on you all”, “Behind that locked door” e, appunto, “All things must pass”: versioni scarne che non rivelano granché, a dire il vero, della genesi delle canzoni. “Mama you’ve been on my mind” è la canzone di Dylan (il titolo corretto sarebbe “Mama, you been on my mind”) uscita in “Another side of Bob Dylan” nel 1964; Harrison l’aveva già suonata nel gennaio del 1969 durante le session per “Get back” (quello che poi diventerà “Let it be”) agli studi Twickenham di Londra, e il 1 maggio 1970 a New York l’aveva cantata insieme a Dylan durante una session informale in studio.
“Woman don’t you cry for me” è quella di “Thirty Three & 1/3”, l’album del 1976. Harrison aveva cominciato a scriverla in Svezia, a Gothenburg, nel 1968, dove si trovava in tour con Delaney & Bonnie e Eric Clapton; la canzone sarebbe potuta essere inclusa già in “All things must pass”, ma dovette aspettare più di cinque anni per vedere la luce.
"The light that has lighted the world" è quella di “Living in the material world”, l’album del 1973. Pensata originariamente per l’amica Cilla Black, poi invece Harrison se la tenne per sé. Ho lasciato per ultima la quarta delle canzoni non riferite a “All things must pass” perché è quella che preferisco di questo non imperdibile Cd: “Let it be me”. La canzone ha una storia curiosa: uscì nel 1955 col titolo “Je t’appartiens”, scritta (con Pierre Delanoe) e cantata da Gilbert Becaud, ed ebbe una prima versione inglese nel 1957 da Jill Corey. Poi la “raccolsero” gli Everly Brothers, nel 1960, e fu la loro prima canzone non registrata a Nashville e anche la prima in cui impiegarono una sezione d’archi. Fu poi ripresa da Betty Everett e Jerry Butler nel 1964, da Nancy Sinatra nel 1966, dalle Sweet Inspirations nel 1967, da Glen Campbell e Bobb Gentry nel 1969, e da Bob Dylan nell’album “Self portrait” (1970) - ma anche da Elvis Presley, Tom Jones, i Fifth Dimension, Nina Simone, Willie Nelson... e persino dai New Trolls, in “Concerto Grosso N°2”. Insomma, quel che si dice un grande classico. La versione di George Harrison si rifà principalmente a quella degli Everly Brothers, ed è la struggente colonna sonora della sequenza che il documentario di Scorsese dedica alla morte di John Lennon. Quando e se uscirà in DVD in versione italiana magari ne riparleremo; per il momento, non mi pare il caso di consigliarvi di spendere 75 euro per comprare la versione Deluxe su Amazon, se lo faceste solo per avere anche questo Cd audio.
Del libro - eh sì, c’è anche un libro, edito da Rizzoli, con la maggior parte delle fotografie inedite utilizzate per il DVD - riparleremo presto nell’apposita sezione di Rockol.

(Franco Zanetti):
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