«METALS - Feist» la recensione di Rockol

Feist - METALS - la recensione

Recensione del 17 ott 2011

La recensione

Immaginiamo Leslie Feist lassù in alto a piedi nudi su una fredda piattaforma osservare il fondo della vasca della piscina una decina di metri più in basso. Immaginiamo la stretta allo stomaco, la voglia di fare bene, la concentrazione prima di lasciarsi andare alla poesia del tuffo. Sensazioni già conosciute dalla ragazza canadese, quattro anni fa la situazione era pressoché simile, alle porte allora vi era l’uscita di “The reminder”, l’album che avrebbe dovuto confermare e, se possibile, migliorare il tanto di buono che aveva rivelato “Let it die” nel 2003. Le sensazioni erano le stesse anche quattro anni fa ma allora la vasca della piscina distava solo tre metri e Leslie ballonzolava su un trampolino.
L’uscita di ogni album rimette in gioco la credibilità di una carriera e se ogni tuo album precedente ha confermato e rilanciato la tua credibilità, allora il gioco si fa sempre più grande, le aspettative più alte, i fan che potrebbero essere delusi più numerosi e così via…da perderci il sonno e nei casi più fragili e delicati anche la ragione.
Feist non ha esitato, ha mantenuto muscoli e nervi ben saldi e si è librata in aria per un tuffo da lasciare a bocca aperta. Questo è “Metals”. Con l’aiuto in cabina di regia del genio strabordante di Chilly Gonzales la ragazza canadese ha messo perfettamente a fuoco l’obiettivo sfrondando quel poco di superfluo ancora presente nel capitolo precedente, giocando di sottrazione e puntando dritta al cuore, alla mente e alle orecchie dell’ascoltatore. Mostrando una piena maturità che la porta in primissima fila tra le cantautrici dei nostri giorni, a misurarsi direttamente con quante (se vogliamo rimanere nelle distinzioni di genere) hanno il proprio nome impresso nei libri di storia. Il paragone può apparire irriverente ma l’ascolto di questo disco ha portato più di una volta a pensare a Joni Mitchell, la più illustre delle sue connazionali. Oppure, attraversando il confine, a Carole King.
Per quanti si fanno impressionare dalla storia con la s maiuscola è cosa buona e giusta ricordare in queste note che il disco è stato registrato nella letteraria Big Sur. E letterari sono i testi che accompagnano queste delicate melodie. I meno cinici potranno mettere in relazione la buona riuscita del progetto con le buone vibrazioni che un luogo del genere possiede. Ascoltando la classicità e al tempo stesso la freschezza di “How come you never go there”, il brano scelto come singolo, oppure di “The bad in each other” oppure ancora la volatile “Caught a long wind” la voglia di pensarlo è fortissima. “Graveyard” si apre per chitarra e voce per guadagnare sempre più in solennità e chiudere dalle parti dell’elegia, mentre la commovente “Get it wrong get it right” è la degna chiusa di una sequenza che rasenta la perfezione. Ma è nelle battute di “Comfort me” che va ricercata la verità e si svela l’arcano di tutta l’opera: “Metals” è nient’altro che un blues, un lungo e meraviglioso blues. E sarebbe gustoso un giorno avere tra le mani una versione unplugged di quest’album per sola chitarra e voce, così come è stato scritto e pensato dall’autrice. Con “Metals” Leslie Feist ci regala uno dei dischi dell’anno. E quando si ha la fortuna di ascoltare dischi del genere è buona educazione ringraziare.


(Paolo Panzeri)
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