«SUCK IT AND SEE - Arctic Monkeys» la recensione di Rockol

Arctic Monkeys - SUCK IT AND SEE - la recensione

Recensione del 06 giu 2011

La recensione

Devono essere proprio rimasti accecati dal caldo sole della California, gli Arctic Monkeys. In questi anni in patria dopo il fortunato debutto con "Whatever people say, that's why I'm not" li avevano eletti nuovi profeti del rock britannico, quasi fossero gli Oasis degli anni 2000. Niente da fare, invece: Alex Turner e soci nel 2009 hanno pubblicato "Humbug", il loro terzo disco registrato nel deserto americano del Mojave insieme a Josh Homme, uno che di "British" ha davvero poco. Sotto la guida del leader dei Queens Of The Stone Age, i quattro hanno così cambiato direzione, riscoprendo la psichedelia americana degli anni '60 e lo stoner rock caro al loro nuovo mentore, lasciando più che perplessi molti fan.
"Suck it and see", il nuovo disco dalla copertina assai essenziale e il cui titolo sta causando problemi di censura proprio negli Stati Uniti, arriva a due anni da quella svolta e conferma che la perfida Albione musicalmente è ancora molto lontana: rispetto ad "Humbug" in realtà siamo in territori sonori più languidi e meno psichedelici, ma il "mood" di fondo rimane indiscutibilmente lo stesso. Per le registrazioni il gruppo ha scelto di nuovo il produttore James Ford, che ha condotto i ragazzi nei Sound City Studio di Los Angeles. Homme stavolta si è astenuto, ad eccezione di qualche coro in "All my down stunts", che non a caso potrebbe essere uscita dalle sessioni dell'album precedente.
"Suck it and see" inizia con un inquietante riff di chitarra, quello che apre la strada a "She's thunderstorms". Questa è la canzone-manifesto dell'intero disco: apparentemente il pezzo, nonostante l'intro, suona come una pop ballad molto solare. Ma nei testi di Turner - come sempre ottimi - in realtà si nascondono insidie e bozzetti surreali che non ci fanno stare del tutto tranquilli. E anche le chitarre, intrise di rock lisergico, non sono poi così innocue come potrebbe sembrare. Un inizio con il piede giusto. La successiva "Black treacle", che ai primi ascolti non convince, cresce invece con il tempo e rivela dei passaggi melodici molto interessanti.
Un altro pezzo che ci serve per capire cosa sono diventati gli Arctic Monkeys è "Brick by brick", non a caso distribuito online prima dell'uscita dell'album: sembra di sentire i Queens Of The Stone Age che suonano i Beach Boys. Non fraintendeteci, il pezzo non è un capolavoro assoluto, ma sicuramente un'ottima cavalcata di grande gusto e impatto. Quel "I wanna rock'n'roll" ripetuto tre volte di seguito rimane felicemente in testa. È più acido invece il singolo "Don't sit down 'cause I've moved your chair", grazie al quale "Do the Macarena in the Devil's lair (Balla la Macarena nel nascondiglio del Diavolo)" si candida decisamente alla palma di verso più originale del 2011.
Non mancano episodi smaccatamente pop come "The hellcat spangled shalalala" e "Reckless serenade", che dimostrano però ancora una cosa: Alex Turner, piaccia o no, sa scrivere canzoni come pochi della sua generazione. E ha al suo fianco dei compagni che lo seguono perfettamente: su tutti il batterista Matt Helders, il vero valore aggiunto del gruppo. Sul finale l'atmosfera diventa ancora più languida, forse troppo come dimostra la stanca "Love is a laserquest". La titletrack "Suck it and see", nonostante le chitarre in stile Byrds e i cori eterei, nasconde invece un doppio senso grosso come una casa che non ha bisogno di altri commenti.
A chiudere il cerchio però, quasi come se ad un tratto il ricordo della Madrepatria fosse tornato alla mente di Alex, ci pensa un numero dall'animo british come "That's where you're wrong": un brano che sa di Smiths fino al midollo. Che sia un segnale per il futuro, un ponte lanciato nuovamente verso la Manica? Difficile dirlo. Gli Arctic Monkeys hanno ormai dimostrato di non essere solo una "Next big thing" usa e getta da dare in pasto alle riviste inglesi, ma continuano nel loro percorso artistico con grande convinzione. Che raccontino i sobborghi di Sheffield o le spiagge della California poco importa, tutto sommato. Soprattutto se continuano a regalare canzoni di qualità come queste.


(Giovanni Ansaldo)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.