«INFECTED - Hammerfall» la recensione di Rockol

Hammerfall - INFECTED - la recensione

Recensione del 30 mag 2011 a cura di Andrea Valentini

La recensione

...e così anche loro raggiungono la maggiore età. C'è, però, da dire che per una band - metal soprattutto - 18 anni di carriera equivalgono al raggiungimento della crisi di mezza età, nella migliore delle ipotesi. Avete presente quel momento in cui vostro zio si mette a indossare improbabili braghe giovanili piene di zip, accarezza l'idea di un parrucchino imperioso se è calvo, va in vacanza al villaggio turistico pieno di ragazzine dai facili costumi e - magari - compra qualche cd a caso dei Metallica, di Vasco e dei Korn? Ecco.
Per fortuna gli Hammerfall mantengono una composta dignità nordico-vichinga, lasciando trapelare solo a tratti la voglia di cambiamento (peraltro non canalizzata nel migliore dei modi).
In sé, dunque, questo "Infected" è un tipico disco degli Hammerfall, fedele alla nomea della band e intriso di onestissimo power metal melodico, fortemente radicato nel classic anni Ottanta (il fantasma dei Maiden emerge prepotentemente in più di un frangente - e non è affatto una brutta cosa). Riff taurini, melodie da cori intrisi di birra, mid tempo fatti apposta per sbattere testa e piedi: la ricetta è sempre la stessa. Ma, come accade nelle migliori cucine, data una ricetta e ingredienti identici, è il cuoco che fa la differenza. E gli Hammerfall sono chef borchiati, stagionati e smaliziati, per cui portano a casa il risultato nonostante la totale monoliticità e prevedibilità dell'album. Anzi, sfoderano anche un paio di bombette che nei futuri live non mancheranno di infiammare gli animi, come "Patient zero" e "Dia de los muertos".
È apprezzabile poi, nonostante qualche purista possa essere preso da violente convulsioni al solo pensiero, la virata radicale a livello tematico: i testi di "Infected", infatti, non sono più a base di fantasy classico (come il genere dalla notte dei tempi impone), ma si buttano sull'horror; una piccola novità che in qualche modo aggiunge una pennellata di imprevedibilità.
Qualche incertezza, però, emerge chiaramente in almeno due episodi - quelli che mostrano la crisi di mezza età descritta poco sopra; ad esempio la finta live "Let's get it on", che imbarazza per lo stratagemma veramente d'antiquariato di aggiungere il finto pubblico e poi si concretizza in una specie di rivisitazione dello street/glam rock in chiave power metal. E poi la power ballad megacommerciale "Send me a sign", veramente leggera e zuccherosa ai limiti dell'iperglicemia (e fa sorridere che gli Hammerfall l'abbiano addirittura presa in prestito dagli ungheresi Pokolgép, traducendola in inglese e reinterpretandola).
Ora, pare altamente improbabile che il gruppo sia in procinto di indossare spandex e lustrini per gettarsi a capofitto in un'avventura fatta di street rock, ma è innegabile che c'è un certo impellente bisogno di ricompattare le file. Perché cambiare non è necessariamente sempre la strada più corretta, soprattutto se si hanno anni e anni di onorata carriera, che comporta una mole di aspettative non indifferente da soddisfare.


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