«HIGHWAY 61 REVISITED - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - HIGHWAY 61 REVISITED - la recensione

Recensione del 01 mag 2011

La recensione

"When I hit Grand Avenue looks like my troubles just begun, lord it breaks my heart to sing about Highway 61"
(Roosevelt Sykes, "Highway 61 blues"-1932)

Macché cantante impegnato, macché folksinger di protesta e "Profeta di una generazione". Bob Dylan è sempre stato e sempre sarà un "hobo", un incallito vagabondo. Un vagabondo che si è perso per la Highway 61, che ha passato talmente tanto tempo a cercare di reinventarsi da aver forse perso il conto delle identità che ha creato e indossato, delle strade che ha abbandonato e poi ripreso. "Io accetto il caos, ma non son sicuro che lui accetti me", disse una volta Mr.Zimmerman. Ed è proprio questo che lo ha reso grande: la sua capacità di non farsi mai catturare, di non essere mai etichettato in nessun modo.
"Highway 61 revisited" è il disco della svolta definitiva, il più importante e rappresentativo nell'intera discografia dylaniana. L'album che fa a pezzi per sempre la figura del trovatore impegnato, del ragazzo di Joan Baez che suonava sempre e solo la chitarra acustica. Al suo posto Mr.Zimmerman indossa i panni del folk-rocker visionario, del Rimbaud prestato alla musica pop. I segni di questo shock erano in realtà già stati abbondantemente anticipati dal precedente "Bringing it all back home", ma con questo disco il processo è compiuto, non si torna più indietro.
Eh sì, perché basta ascoltare quel colpo di rullante che apre "Like a rolling stone" come un colpo di fucile per capire che da quel momento niente sarà più lo stesso. Su questo pezzo si potrebbe scrivere un libro - anzi è stato fatto dal giornalista e critico americano Greil Marcus - per ora noi tentiamo la strada dell'estrema sintesi: "Like a rolling stone" è un fiume emotivo della durata di 6 minuti e 13 secondi, che racconta la storia di una donna caduta letteralmente in disgrazia, "With no direction home". Un brano che non ha eguali nella storia del rock, un "getto di vomito", come l'ha definita il suo stesso autore tentando di definirne la forza. Insomma una canzone-capolavoro che ha letteralmente aperto un'era, illuminando la via a generazioni di musicisti. Ma "Highway 61" non si ferma certo qui, anzi.
Non ci sono canzoni trascurabili in questo disco, non ci sono pause nella pioggia di musica e parole che Dylan ci getta addosso in preda al Diavolo del rock'n'roll, lo stesso che lo ha portato a voltare le spalle all'Acquasanta, al popolo di Newport e del folk militante dei seguaci di Pete Seeger.
Alle registrazioni, svoltesi negli studi newyorkesi della Columbia, hanno preso parte musicisti straordinari: uno su tutti Michael Bloomfield della Paul Butterfield Blues Band, grandissimo chitarrista che infiamma la cavalcata proto-punk "Tombstone blues", brano "minore" di Dylan nel quale il menestrello declama versi visionari mentre la sua band prende a calci quel che resta del giovane innamorato di Woody Guthrie. Tra questi sessionman c'era anche un giovane chiamato Al Kooper, chitarrista improvvisatosi organista che ha creato per caso - per sua stessa ammissione - il geniale riff di "Like a rolling stone" sgattaiolando di nascosto in sala durante le registrazioni.
Insomma "Highway 61 revisited", come spesso capitava in questi anni con i dischi di Dylan, è stato registrato in uno stato di inarrestabile caos creativo, provando e riprovando i pezzi. Non a caso Bob ha cacciato il produttore iniziale Tom Wilson, affidandosi al meno invasivo Bob Johnston e ha di fatto ri-arrangiato l'album mentre lo registrava. E che dire dell'ermetica "Ballad of a thin man", ironico affresco guidato da un tetro riff di pianoforte nel quale Bob dedica (forse) i suoi strali alla stampa e in generale all'opinione pubblica, incapace ieri come oggi di capirlo e affannosa nel cercare spiegazioni anche dove non servirebbe. Qui l'artista di Duluth, nonostante i soli 24 anni, dimostra una maturità vocale impressionante: declama, a tratti, quasi più che cantare e riesce a ricreare quel "grottesco" di cui ha parlato Robert Shelton in "Vita e musica di Bob Dylan". Perché forse, come ha scritto felicemente il biografo "Il profeta cantante (…) è diventato un veggente i cui slogan si sono trasformati in strani enigmi".
In tutto questo furore elettrico e surrealista, "Highway 61" però non dimentica anche episodi più dolci e rilassati. Come "Queen Jane approximately", l'altro lato della medaglia rispetto a "Like a rolling stone": stessa storia di una donna in caduta, ma vista stavolta con distacco e un pizzico di accondiscendenza. E c'è soprattutto il blues cadenzato di "It takes a lot to laugh, it takes a train to cry", una canzone dalla storia emblematica: nata come un blues veloce, Dylan in soli dieci minuti la trasformò in questa dolce e brillante ballata.
Di materiale di cui discutere, compresa l'ottima titletrack, ce ne sarebbe tantissimo già così. Peccato che all'appello manchi il finale di "Desolation row", un pezzo per voce e due chitarre acustiche di ben 11 minuti e 23. Non lasciatevi ingannare dall'arrangiamento scarno, stiamo parlando della canzone più "psichedelica" del disco. Anzi, più che di canzone dovremmo parlare di ode, di elegia. "Desolation row" è anzitutto una storia, un affresco di struggente bellezza e rappresenta forse il vertice vocale (affermazione forte, ce ne prendiamo l'onere) di tutta la produzione dylaniana. Cinderella, Caino e Abele, Ophelia, il Gobbo di Notre Dame, "T.S. Eliot e Ezra Pound che combattono sulla torre del capitano": sembra quasi di esserci, in mezzo a questa carrellata di maschere surreali, "commentate" dalle pennate di chitarra del sessionman Charlie McCoy. Anche qui, il campo delle interpretazioni è vasto come il Missisipi e preferiamo non avventurarci. Di certo "Desolation row" tiene il confronto con l'apertura di "Like a rolling stone", il che non è un complimento da poco.
La conclusione viene da sé. "Highway 61 revisited" è un capolavoro, una delle pietre miliari della storia del rock: è Dylan al picco dell'ispirazione e della furia compositiva, è Dylan che contraddice ferocemente il sé stesso di pochi mesi prima, è Dylan che scrive versi bellissimi e criptici con alle spalle una band in grande forma. "Highway 61 revisited" è Bob Dylan.


(Giovanni Ansaldo)
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