«THE KING OF LIMBS - Radiohead» la recensione di Rockol

Radiohead - THE KING OF LIMBS - la recensione

Recensione del 18 feb 2011 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Come sparire completamente e poi tornare all'improvviso.
Parafrasando il titolo di una loro canzone, i Radioheadhanno dimostrato ancora una volta di non essere solo dei grandi musicisti, ma anche dei grandi comunicatori, riuscendo a ottenere il massimo dell'attenzione mediatica ad ogni loro uscita.
Per la pubblicazione di questo “The king of limbs” la band di Oxford ha fatto una cosa normale, ma non scontata: si è eclissata, lanciando dai propri bunker una manciata di messaggi e di classifiche dei loro ascolti preferiti che, in apparenza, poco avevano a che fare con l'album in lavorazione.
Ora che il lavoro è pronto sono tornati improvvisamente a cielo aperto, distribuendo, nell'arco di una settimana dal primo annuncio, il nuovo album, liberandosi così di tutti quei tempi morti che avrebbe imposto loro una casa discografica.
Di punto in bianco i fan si trovano in mano un disco realmente nuovo, visto che le lunghe mani della rete web non sono riuscite a darne almeno una vaga anteprima. Un'attesa di una settimana per qualcosa di completamente ignoto: c'è forse di meglio per attrarre l'attenzione? “The king of limbs” propone otto brani, pochi rispetto alla media di dodici presenti nei precedenti, che mostrano un impegno massiccio nella ricerca di un sound che si distaccasse dal passato fino a raggiungere anche alcuni estremi: questo è forse il disco più ostico e minimale registrato dai Radiohead, ma mostra anche il loro lato più intimo e tenue.
Basta ascoltare l'iniziale “Bloom” per capire che ci vorranno molti ascolti per assimilare bene l'album: questa canzone in particolare si apre con un loop di pianoforte che accelera pian piano diventando sempre più ipnotico, accogliendo inizialmente una batteria convulsa e un giro di basso profondo. Il canto di Yorke addolcisce il brano che diventa sempre più rarefatto.
“Morning Mr.Magpie” proviene dai cassetti dei brani scartati per “Hail to the thief” ed era già apparsa online in una delle trasmissioni del canale “The most gigantic lying mouth of all time”: cercando dei riferimenti potremmo dire che ci ricorda una “I might be wrong” più rilassata, mentre “Little by little” (da non confondere con quella degli Oasis) ci restituisce una delle classiche ballate alla Radiohead che qui viene immersa in un altro intreccio di percussioni e strumenti indecifrabili. La voce di Thom è più sottile che mai, facendo assumere alla canzone un atmosfera intima, quasi privata.
L'elettronica torna protagonista con “Feral”, dove una drum machine percorre l'intero brano senza mai fermarsi, mentre viene avvolta dalla voce e da un basso filtrato, mentre “Codex” è un brano meraviglioso, una canzone per voce e pianoforte che lentamente si innalza su un piedistallo fatto di fiati e archi: dopo tanto armeggiare alla ricerca di un nuovo suono, i Radiohead dimostrano di saperci incantare con poche note. Con “Give up the ghost” si apre un altro spiraglio sul mondo ignoto costruito per questo nuovo album: Thom Yorke, alla voce e chitarra acustica, viene accompagnato da un sottile coro che man mano si ampia verso il finale.
Il finale viene celebrato da una ballata rilassata come “Separator”, in cui Thom canta “If you think this is over, then you're wrong” che, come già fantastica qualche fan, potrebbe annunciare una seconda parte di questo disco.
“The kings of limbs” rimane per ora un mistero diviso nettamente tra ricerca e semplicità: ci vorranno molti ascolti per capire quanto rimarrà nella memoria degli ascoltatori. Per ora ci sembra che i Radiohead giochino a nascondersi un po' troppo, ma, d'altronde, è così che loro vivono la musica.
Scomparendo per poi sorprendere.
Il tempo sarà il loro giudice.

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