«MINE IS YOURS - Cold War Kids» la recensione di Rockol

Cold War Kids - MINE IS YOURS - la recensione

Recensione del 25 gen 2011 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Il 2011 si inaugura con un disco atteso da oltre tre anni. Il terzo capitolo della discografia dei Cold War Kids segna per loro un passaggio importante verso la completa affermazione sulla scena statunitense e internazionale. Il loro particolare crossover tra blues, folk e indie-rock ha premiato questa band californiana con il successo, ma ora sente il bisogno di passare ad un “livello superiore”.
Il cantante e leader Nathan Willett è stato molto chiaro: la sua band ha scelto di chiudere un capitolo della loro vita con l'EP “Audience” per poi dedicarsi alla scrittura di un disco più “maturo”, “personale” e “positivo”, e per fare questo hanno scelto di affidarsi alle mani esperte del produttore Jacquire King, che aveva già accompagnato i Kings Of Leon nel passaggio dal successo di nicchia a quello internazionale.
Così, dopo l'energico e ruvido “Robbers & Cowards” e il riflessivo “Loyalty to loyalty”, i quattro californiani si presentano con gli undici brani di “Mine is yours” in cui ritroviamo lo stile che li ha contraddistinti sino ad oggi, ma anche alcune sostanziali differenze.
I primi ascolti di questo disco, infatti, lasciano tutt'altro che soddisfatti: il lavoro fatto per questo disco sembra sia stato mirato a limare tutte quelle asperità che arricchivano di particolari la musica dei Cold War Kids: le percussioni improvvisate, la voce sempre al limite, la foga del momento. Tutto cancellato, ammorbidito, assopito sotto un manto di buoni propositi e la peggiore produzione mainstream.
Non c'è niente di male nel cercare di far arrivare la propria arte ad un pubblico sempre più ambio, ma è sbagliato credere che l'ascoltatore medio abbia bisogno sempre della solita minestra riscaldata: in questo senso il disco dei Cold War Kids risulta, di primo acchito, una forzatura che svilisce sia l'artista che il pubblico.
Solo dopo molti ascolti riusciamo a cogliere il buono da questo disco godendoci brani come “Royal blue”, “Out of the wilderness”, “Bulldozer” e la conclusiva “Upside down”: i passaggi più importanti di un album che da una parte sembra soffrire di una certa stanchezza, e dall'altra patisce la ricerca di un sound più accondiscendente verso l'ascoltatore.
Fortunatamente i Cold War Kids hanno dalla loro il talento per scrivere ancora tante belle canzoni e l'entusiasmo per emozionarci con uno dei loro live, sperando che, prima o poi, decidano di tornare nel nostro Paese.
Noi li aspettiamo.

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