«21 - Adele» la recensione di Rockol

Adele - 21 - la recensione

Recensione del 25 gen 2011 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

Adele Laurie Blue Adkins, 22 anni, di Londra, ha iniziato a cantare quando aveva quattro anni. Dapprima colpita dalle Spice Girls e successivamente dalle Destiny's Child di Beyoncé, passò poi ad influenze decisamente più serie come Ella Fitzgerald ed Etta James. La prima canzone composta dall'artista fu "Hometown glory": Adele aveva 16 anni e il pezzo divenne il suo primo singolo, pubblicato nell'ottobre 2007 e inserito nel primo album "19" uscito nel gennaio 2008. Di "19" sappiamo: sospinto dal secondo singolo, l'emotivo "Chasing pavements", il disco si fiondò al primo posto in Gran Bretagna ed Olanda e, passando per il terzo posto in Irlanda, ottenne un considerevole numero 10 negli USA.
E' ora la volta del famoso "difficile secondo album". Secondo disco difficile per Adele? Prima di trovare la strada giusta sì, certamente, come del resto ha riferito lei stessa. Ma poi è successo qualcosa: l'illuminazione, l'ispirazione, o forse più semplicemente la fine della sua relazione col fidanzato Slinky. E la diga che tratteneva le sue emozioni è crollata, sprigionando idee in una cascata possente. Siamo in presenza di un album come pochi. Che naturalmente sarà criticato da chi vuole per forza che tutto sia attuale, moderno, alternativo. Qui di moderno e alternativo c'è veramente ben poco, eppure il livello è da paura.
Pensavate che il solo brano noto, il singolo "Rolling in the deep", fosse bello? E' un brano nero, bluesato, benedetto dal gospel maledetto, sofferto, vintage: ma su "21" ci sono pezzi migliori. E' inutile stilare la pagellina delle canzoni più o meno riuscite, basti dire che i primi sei pezzi potrebbero provenire dalla penna di una ottima cantautrice quarantenne. I primi sei brani valgono da soli l'acquisto del disco, anzi di "21" occorrerebbe comprarne varie copie da regalare ad amici e parenti. Si va da "Rumour has it", un patto col diavolo siglato col blues obliquo dove vaga Tom Waits, a "Turning tables", lentaccio di grande ispirazione. E poi da "Don't you remember", per ballare tristi e un po' ubriachi attorno al mondo mentre le stelle cadono come neve, a "Set fire to the rain", brano solo apparentemente più leggero ma da tanto di cappello e grandissimo trasporto. Molto bella anche "He won't go". Poi, dopo aver offerto bellezze a badilate, il lavoro inevitabilmente cala; ma fortunatamente lo fa non tirando del tutto i remi in barca. E, nel finale, riserva un'altra chicca che è praticamente un capolavoro, "Lovesong" (cover dei Cure) che si rivela di una meravigliosa tristezza. Complessivamente una prova da applauso a scena aperta, un disco che a fine 2011 sarà sicuramente tra i migliori nonostante si sia solamente all'inizio dell'anno.

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