«HORSES AND HIGH HEELS - Marianne Faithfull» la recensione di Rockol

Marianne Faithfull - HORSES AND HIGH HEELS - la recensione

Recensione del 24 gen 2011

La recensione

Buone notizie. Dopo una vita turbolenta che negli anni ’70 l’ha portata sull’orlo del precipizio, oggi Marianne Faithfull si sente realizzata, fortunata, motivata a lavorare e in buono stato di salute. Vuole farlo sapere in giro, e così succede che anche il suo divorce album, nato sulle ceneri della dolorosa separazione dal compagno e manager François Ravard (che conserva qui il ruolo di produttore esecutivo: i rapporti, dunque, non si sono completamente guastati), sia un “happy record”, un disco “felice”. Anche se “la felicità convenzionale”, è lei la prima ad ammetterlo, “non è il mio modo di essere, sapete”. Sappiamo. Però Marianne non l’ha buttata lì, e mantiene la promessa: “Horses and high heels” è un album di chitarre e di ritmi spesso vivaci, di ritornelli ariosi e di azzardi coraggiosi, di ammiccamenti a volte sorprendenti e autoironici. Come quando, con la sua voce rugosa e le sue 64 primavere, la Faithfull affronta baldanzosa “Past present and future”, drammone pop adolescenziale recitato sullo sfondo del celeberrimo arpeggio di pianoforte della “Sonata al chiaro di luna” di Ludwig van Beethoven. Nei Sixties scalò le classifiche grazie alle vocette angeliche delle Shangri-Las; in seguito se ne appropriò un’altra regina del pop-kitsch come Agnetha Faltskog degli ABBA. La Faithfull ci gioca, evitando il ridicolo in virtù di un tocco di humour e di un’autocompiaciuta eleganza. Non si prende troppo sul serio, insomma, ma si conferma interprete di alto rango sulla scia del precedente album di cover “Easy come easy go”: anche se stavolta l’impianto strumentale è molto meno classico/vintage e la scaletta è un piatto assortito, diviso quasi a metà tra ripescaggi e brani originali (quasi tutto firmati di suo pugno). Nel segno della continuità, alla console siede di nuovo Hal Willner, il mago e gourmant della canzone che proprio con quel disco, a vent’anni di distanza, era tornato a lavorare a fianco della sua Musa. Stavolta, però, le cose stanno diversamente: mr. Willner ha smesso quell’atteggiamento da professor serioso che sull’album precedente aveva spalmato un velo di austerità e di rigore formale persino eccessivo, e stavolta lui pure si lascia andare aprendo le porte a una ventata d’aria fresca e a un suono più conciso, asciutto, primitivo, percussivo. In una parola: rock (e chitarristico, con il contributo di Lou Reed, di Wayne Kramer ex MC5 e del produttore/musicista John Porter). Un suono vibrante, caldo e avvolgente, venuto a galla durante le sedute di registrazione tenute nel Quartiere Francese di New Orleans e pilotate sul campo dal bassista dei Meters George Porter Jr. (una garanzia di spinta e dinamismo al reparto ritmico). La Crescent City ha detto la sua anche nella scelta del repertorio: il saporito gumbo di “Gee baby” non poteva che nascere lì, tra il Tipitina’s e la Preservation Hall. E il soul funk di “Back in baby’s arms”, puri anni Settanta, porta le stimmate di due massime glorie locali: la firma di Allen Toussaint, maestro del New Orleans Sound, e il pianoforte di Dr. John, lo stregone voodoo che continua a praticare i suoi esorcismi sotto la luna creola. Anche Marianne, stavolta, è meno “sciantosa” del solito, e non è per niente un male: in un colpo solo, si dà una botta di energia e si libera da un cliché un poco soffocante. Come sempre, dalla resurrezione di “Strange weather” in poi, le piace guardare al passato come al presente, ciondolare in altalena tra il Brill Building e il meglio del rock “alternativo”, tra il pop d’annata e la canzone moderna, il mainstream (spesso dimenticato) e l’underground. E così, accanto a standard come “Goin’ back” stavolta infila, in apertura, la tenebrosa e avvolgente “The stations”, parto recente dei gemelli da marciapiede Greg Dulli e Mark Lanegan alias i Gutter Twins. Il meraviglioso gioiello pop firmato Gerry Goffin e Carole King, invece, ha predecessori numerosi con cui confrontarsi: l’ugola maestosa di Dusty Springfield, le squillanti dodici corde dei Byrds, il professionismo pop di Phil Collins (che l’ha inclusa pochi mesi fa nel suo disco tributo al soul e alla Motown). Hal e Marianne scelgono prudentemente una chiave intimista, con un arrangiamento spoglio incentrato sul pianoforte che amplifica lo struggimento nostalgico del testo (e se vi viene una stretta al cuore, sappiate che non siete i soli). Azzecatissimo, e vincente, anche il vestito sonoro confezionato per “Love song” di Lesley Duncan, la cantautrice e vocalist scomparsa pochi mesi fa che la affidò ad Elton John ai tempi lontani di “Tumbleweed connection”: la voce cartavetrata della Faithfull, un ipnotico arpeggio di chitarra acustica e una lap steel assolutamente pinkfloydiana (Pura coincidenza? La Duncan, per inciso, fu una delle coriste di “The dark side of the moon”) rendono memorabile anche questa ripresa. Sono scelte accurate, curiose e niente affatto scontate, quelle operate dalla coppia: “That’s how every empire falls”, ballata sontuosa ed elegante, attinge al catalogo recente di F.B. Morrris, cantautore del Tennessee sconosciuto ai più; e il riff rock di “No reason”, con Kramer nella parte di Keef e un purissimo spirito da honky tonk blues, è farina del sacco di Jackie Lomax, vecchio sideman di George Harrison ed Eric Clapton. Il resto, le canzoni inedite che portano la firma di Marianne, sono (quasi) pura autobiografia: cavalli e tacchi a spillo, ricordi di vita vissuta tra Parigi e Dublino (“The old house” si avvale di un testo del drammaturgo irlandese Frank McGuinness), il trauma dell’abbandono in “Why did we have to part” (“Era finita/e io non lo sapevo”) e la voglia di rinascita, un tocco di country e un altro pizzico di soul, i caldi fraseggi di Hammond di “Prussian blue” e il profumo folk della title track. E tanto per non nascondersi dietro un dito, nella esotica “Eternity” Marianne recupera addirittura un campione sonoro da quel leggendario disco dei marocchini Master Musicians of Jajouka che Brian Jones produsse nel 1968. Allora la Faithfull era l’icona della Swinging London, un giglio bianco pronto a sporcarsi l’anima. Quarantatre anni dopo può ricordare serenamente e con affetto anche “quel” passato, e le sue vite precedenti.



(Alfredo Marziano)
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