«RITUAL - White Lies» la recensione di Rockol

White Lies - RITUAL - la recensione

Recensione del 24 gen 2011 a cura di Rossella Romano

La recensione

Si sa, scrivere il secondo album è sempre più complicato. Soprattutto se l’esordio è stato esplosivo. Si vive in un vortice di aspettative, dubbi, domande e tanta, tanta pressione.
Si è fatto attendere poco meno di due anni questo “Ritual”, secondo capitolo della carriera musicale dei White Lies, seguito dell’acclamatissimo (e davvero ben riuscito) “To lose my life” del 2009. Inglesi di Londra, i White Lies si sono conosciuti tra i banchi di scuola, la più classica delle storie. Accomunati dalla passione per la new wave, i Joy Division e Ian Curtis, il gruppo capitanato da Harry McVeigh ha sempre cercato di riprodurne le sonorità, con ottimi risultati. “Ritual” risente davvero molto delle influenze del compianto Ian e della scena post punk britannica, anche se, ad un primo ascolto, risulta un disco meno facile di “To lose my life”.
L’album si apre con “Is love”, melodicamente facile da ricordare, resta impressa nella mente grazie al testo cupo, scurissimo, che indaga nelle pieghe dell’amore più profondo. Si prosegue con brani davvero intensi, a volte un po’ complicati ma sempre di impatto, come “Strangers”, canzone che racchiude il sound a cui la band ha abituato il nostro orecchio con il lavoro precedente. E’ il turno, poi, di “Bigger than us”, primo singolo estratto da “Ritual”: il synth iniziale si fa sempre più incalzante e scandisce il ritmo per tutta la canzone. Atmosfere nere ed un incipit che recita: ”You took the tunnel route home, you've never taken that way with me before. Did you feel the need for change?”. McVeigh canta con trasporto l’oscurità dei sentimenti, non solo in questo brano, ma in tutto l’album. Si susseguono veloci “Peace & quiet”, in cui riecheggiano i Depeche Mode prima maniera, e “Streetlights”, nel quale è evidente il tentativo di riempire i suoni usando il synth, davvero protagonista di tutti i brani.
“Holy ghost” e “Turn the bells” sono, di sicuro, le canzoni più riuscite di “Ritual”: il primo è un brano di pure sensazioni, palpabilissime; il secondo ha un sapore così “curtisiano” da lasciare davvero sbalorditi. “The power & the glory” e “Bad Love” non suscitano particolare entusiasmo per l’electro un po' già sentita in tanti gruppi indie-fashion del momento; “Come down”, brano che chiude l’album, è una ballad che congeda gli ascoltatori con qualche perplessità.
Nel complesso, “Ritual” è un disco che va ascoltato più volte per essere compreso a fondo. Non ci sono “bugie bianche” che tengano, in questo caso, e la “prova del fuoco” più dura sarà, di certo, il giudizio dei fan.

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