«BLOOD MAGICK NECROMANCE - Belphegor» la recensione di Rockol

Belphegor - BLOOD MAGICK NECROMANCE - la recensione

Recensione del 17 gen 2011 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Paul Fürst, pasticciere in Salisburgo, nel 1890 inventò le famigerate Palle di Mozart, quei paradisiaci cioccolatini rotondi ripieni di marzapane e crema di pistacchio: in pratica un valido succedaneo dell'eroina - che tra l'altro dimenticò di brevettare, fumandosi così lauti proventi e il diritto allo sfruttamento esclusivo della ricetta. Dovete sapere, però, che in quella città bon-bon circolano anche certi ceffi che si fanno chiamare Helmuth e Serpent: due simpaticoni che amano farsi ritrarre imbrattati di sangue, che suonano metallo estremo e blasfemo... e - sicuramente - le palle di Wolfgang Amadeus le mangiano ridendo di gusto, sognando di usare le sue ossa come bacchette da batteria per tenere il tempo ascoltando un demo dei Venom. Stiamo parlando, ovviamente, dei due iper-blasfemi membri fondatori (intorno a cui ruotano session men e turnisti) dei Belphegor, che inaugurano il 2011 con il loro nono disco: "Blood magick necromance".
Al netto dell'iconografia, che senza dubbio sconcerta chi non bazzica il genere, la prima considerazione da fare è che 17 anni di carriera si fanno sentire: è così che viene consegnato ai nostri padiglioni auricolari un lavoro compattissimo di death metal con forti venature black, caratterizzato da una indiscutibile maturità. Come spesso accade, il brano d'apertura rappresenta una sorta di teaser che liofilizza e riassume l'intero album; è così che in "In blood - devour this sanctity" la band sciorina tutto l'arsenale: batteria in violentissimo blast-beat con doppia cassa mitragliante, chitarre fischianti, riff turbinosi, frazioni rallentate che creano tensione, voce brutale ai confini del parossismo. Il tutto per un risultato finale che si avvicina con buona approssimazione all'ipotetica colonna sonora di un delirante quadro di Bosch, in cui il sacro soccombe ineluttabilmente al profano.
Un'altra considerazione pregnante è legata alla produzione dell'album, affidata a Peter Tägtgren: a lui si deve l'adozione di sonorità tipicamente nordeuropee, vicine al black svedese. È un dettaglio, questo, da non trascurare, in quanto dona ulteriore personalità e atmosfera ai brani dei Belphegor - che per l'occasione decidono anche di puntare maggiormente sul mix tra violenza cieca e melodia suggestiva.
Tra i momenti più felici sono sicuramente da segnalare la sofferente e rallentata "Discipline thorugh punishment", la svedesissima e stordente "Impaled upon the tongue of Sathan" e il folle black metal di "Sado messiah", che investe lasciando sgomenti come dopo un incidente stradale improvviso.
Un ottimo inizio d'anno, quindi, per la formazione austriaca, che fa ricredere quanti avevano iniziato a sentire puzza di débâcle dopo la non esaltante prova offerta in "Walpurgis Rites - Hexenwahn" del 2009. E con buona pace di chi associa Salisburgo solo a palle di cioccolato e sinfonie mozartiane.

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