«DOO WOOPS & HOOLIGANS - Bruno Mars» la recensione di Rockol

Bruno Mars - DOO WOOPS & HOOLIGANS - la recensione

Recensione del 22 nov 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Pop come melodie facili, singoli a profusione, e data di scadenza sul dorso delle canzoni? Niente di più sbagliato con Bruno Mars, venticinque anni e un disco all’attivo uscito da poco, “Doo wops & hooligans”, ma già una lunga storia alle spalle. Bruno nasce e cresce alle Hawaii nel 1985 da una famiglia quasi interamente votata alla musica (padre, madre, fratello, zii, tutti dediti alla causa), ma sono gli anni dal 2003 al 2010 quelli che ci interessano di più. Bruno Mars (ai tempi ancora noto con il nome di battesimo Peter Gene Hernandez) sbarca a Los Angeles fresco di diploma e pronto a trasformare una passione da ragazzo nel lavoro di una vita. A Los Angeles inizia a farsi notare come autore prima, e come produttore poi. Piccole cose tanto per cominciare, ma le idee ci sono e il talento non manca. Sarà, ma capirci qualcosa di musica aiuta. Aiuta anche l’essere a Los Angeles: Bruno entra in contatto con le persone giuste e arriva a scrivere pezzi tra gli altri per le Sugababes, Alexandra Burke, Travie McCoy, Adam Levine, Brandy e Sean Kingston, meglio noto come Flo Rida (“Right round", tormentone di successo, è opera anche del nostro Bruno). Non basta? Mette in piedi un trio di produttori, The Smeezingtons, di cui fa parte e con cui si mette al lavoro con il rapper B.o.B, Justin Bieber, K’naan (esatto, quello di “Wavin flag”, la canzone dei mondiali di calcio di quest’anno, non solo prodotta ma anche co-scritta), e Cee-Lo Green (la voce del duo Gnarls Barkley).
“Doo wops & hooligans” è l’album d’esordio di un produttore e autore di successo di soli venticinque anni che ha già all’attivo un curriculum che certa gente se lo sogna in una vita. Ecco allora perché parlare di un album pop, diventa un’operazione quasi filologica di ricostruzione di un concetto assodato che dovrebbe suonare circa come “pop uguale facile”, ma che tanto facile non è. Ci sono dieci pezzi in questo disco, che vanno dal valido all’interessante, con qualche riempitivo, il tutto in poco più di trentacinque minuti di durata. Il lavoro si apre con i primi due singoli, “Grenade” e “Just the way you are”. Il primo è il classico singolone iperprodotto con coretti un po’ piacioni (che però funzionano sempre) e un piglio r’n’b/soul che conferisce un tono più sofferente e ricercato al tutto. Il secondo invece è il pezzo che ha consentito a Bruno Mars di fare il salto di qualità, proiettandosi direttamente al numero uno della classifica dei singoli di Billboard. No, il testo non è dei più profondi (“…when I see your face there's not a thing that I would change / cause you are amazing just the way you are …”), e si, rimane in testa dalla prima all’ultima nota. Seguono poi il mix r’n’b/reggae “Our first time”, il pezzo che ha fatto scomodare Michael Jackson come termine di paragone (ma non basta un buon falsetto per ereditarne il talento), e il tentativo rockeggiante (compaiono chitarra, batteria, una sirena della polizia e i “quattro quarti” canonici si fanno leggermente più spigliati) “Runaway baby”, doppietta che con il lento pasticciato d’elettronica “Talking to the moon” costituisce la parte meno efficace del disco. Episodi trascurabili. Discorso completamente diverso invece per i due pezzi migliori di tutto il lavoro, la solare “The lazy song”, reggae pop ideale per una vacanza “cabriolet” al mare , e la travolgente “Merry you”. Il sound è più corposo, il pop si veste quasi di indie (di stampo svedese, giusto per fare i precisini) e il tutto viene condito da un gustoso handclapping un po’ Beach Boys accompagnato da uno scampanare contagioso. Poche cose ma ben bilanciate che creano la giusta chimica. Con “Liquor store blues”, che vede la partecipazione di uno dei figli di Bob Marley, Damian, ovviamente si ritorna a parlare di reggae, che forse è il genere che più di tutti ha condizionato la produzione di “Doo wops & hooligans” ma che solo a tratti riesce ad emergere come si deve andando oltre la semplice citazione riconoscibile anche dai non intenditori. “Count on me” è un pezzo da campagna pubblicitaria fin troppo simile alla più nota “I’m yours” di Jason Mraz mentre in chiusura Cee-Lo e B.o.B restituiscono il favore duettando con Mars nella conclusiva “The other side”, briosa e impreziosita dalla voce di Cee Lo, riconoscibile ad occhi chiusi e di tutt’altra caratura (va detto) rispetto al quella del padrone di casa.
Cosa si richiede a “Doo wops & hooligans”? Che dopo il primo ascolto resti in testa abbastanza da giustificare una scappatella su youtube a caccia di qualche video e che permetta a Bruno Mars di farsi un nome per gli anni a venire anche come solista. Per raggiungere questo obiettivo servivano tanto lavoro, un po’ di fortuna e sicuramente idee e talento, e alla luce del risultato (un disco come questo va a mio parere comunque valutato per singoli episodi) si può dire missione compiuta almeno per una buona metà e forse anche di più, visto il successo che questo disco ha avuto in America. Quello che è certo è che Bruno Mars non è solo un ragazzo dotato in grado di fare il produttore: è uno che sa anche scrivere dei buoni pezzi pop e per di più commercialmente validi, che non fa mai schifo. È un po’ una Mara Maionchi con l’ormai celebre X factor incorporato e che per giunta sa pure cantare. Però ha venticinque anni, un bel cappellino di paglia e viene dalle Hawaii, e tutta la vita davanti.

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