«COME AROUND SUNDOWN - Kings Of Leon» la recensione di Rockol

Kings Of Leon - COME AROUND SUNDOWN - la recensione

Recensione del 19 ott 2010

La recensione

“State per cavalcare un’onda molto grossa”, disse Eddie Vedder a Caleb Followill quando ascoltò "Only by the night". La garage band che Pearl Jam e U2 avevano adottato nei loro tour come fratellini minori era diventata grande come loro avevano sempre saputo, ed ora anche il pubblico se ne sarebbe accorto. E allora, cambio di tag per i Kings of Leon: da ‘alt’ a ‘arena rock’. Quel suono grezzo, in cui il southern rock era soffocato dall’energia post punk delle band indie americane di inizio anni 2000, era alla fine sbocciato al culmine di una successione di dischi e di fasi che ricorda un po’ le vicende dei R.E.M. di circa vent’anni fa: da campioni della college radio a campioni, punto. Così i KoL: dai palchi minori alle tre del pomeriggio nel 2004 al ‘top of the bill’ sul palco principale di Bonnaroo nel 2010. Da speranza a rock and roll band del momento. E comunque sì, andò proprio come aveva previsto il vecchio surfer Eddie: milioni di copie vendute, quattro Grammys, concerti sold out per due anni. E, inevitabilmente, ecco che il quinto album del gruppo “Come around sundown” pesa come se fosse il secondo: quello cruciale, quello della conferma, quello della paura. Registrato agli Avatar Studios di New York la scorsa primavera, con l’obiettivo di uscire da una routine che aveva visto la band incidere in passato tra Tennessee e Los Angeles, l’album è stato prodotto ancora da Angelo Petraglia e Jacquire King, e comincia dalla fine, da “The end”: “I ain’t got a home/ Out here all alone/ I'll forever roam”. Liriche da far west e manifesto di una vita on the road che fanno da preludio a “Radioactive” e a “Pyro”, i due brani che fra i tredici nuovi sembrano raccogliere l’eredità estetica di “Only by the night” portandola a un livello superiore. Forse non altrettanto radiofonici rispetto a “Sex on fire” o “Use somebody”, sicuramente meno paraculi, ma sonoramente più ricchi, sono pezzi con una qualità congenita accresciuta, regalata dall’esperienza e dalla maturità. Come una spada di Damocle pendente sopra le teste dei quattro del Tennessee, ecco affacciarsi lo spettro del ‘suono epico’, che poi non si sa bene che cosa sia se non la capacità di fare saltare all’unisono uno stadio intero: i Kings Of Leon l’hanno trovato? Credo di sì, loro malgrado, ma seguendo una formula semplice e desueta: in studio suonano dal vivo e, così facendo, hanno trovato la chiave per recuperare i vecchi sé stessi pur spostandosi in avanti, hanno individuato il mezzo per progredire senza tradire, hanno gettato un ponte di onestà a unire lo spirito autentico degli esordi con la nuova dimensione da superstar. Più melodici, la loro musica è meno urgente perché deve creare sbocchi per idee e emozioni nuove, trovate vivendo e accumulate trascorrendo centinaia ore sul palco. Oggi quel portato culturale fatto di echi sudisti, religione predicata e America rurale è amalgama, non più puzzle, e soprattutto non ha più bisogno di lottare per emergere. I KoL sono diventati cosmopoliti con grazia e con il sacro terrore di darlo a vedere, così suonare dal vivo in studio ha avvolto inconsciamente la loro musica di una patina vintage che non guasta e li ha resi sicuri al punto da citarsi. “Mary” è il brano più sorprendente dell’album, quello in cui il gruppo mostra di padroneggiare i fondamentali recuperando un’atmosfera Fifties e fondendo armonie e cori doo-wop con un suono pesante: immaginate di riproporre Drifters e Frankie Valli in salsa hard rock, ed ecco una canzone d’amore divertente e spiritosa anziché melensa. Questo è hard pop, ma pur sempre pop: quella dimensione che, a tratti, permette al frontman di esprimersi con maggior calma, senza per questo rinunciare a quell’impasto arrochito e masticato che è il suo stile vocale. Ed è un piccolo tocco geniale la distonia tra l’arrangiamento e il genere, tra l’energia e il testo. Se l’operazione nostalgia trova spazio anche in “Back down South” – ma qui è il country a prevalere, facendosi strada a colpi di violino - “Pony up” rivela invece una vena funk che, pur isolata, enfatizza un tratto fondamentale del gruppo: la loro sezione ritmica in quest’album è super-dinamica e, a prescindere dallo stile e dal mood del brano, ne rende la musica quasi elastica, con il basso ‘avanti’ rispetto a riff che diventano più originali. Le liriche hanno conservato una vena di umorismo e l’immediatezza che serve, ma negli ultimi due dischi virano decise verso un’età più adulta: il peccato fa capolino al posto della trasgressione, il romanticismo si affianca al sesso, i personaggi accorciano le distanze dagli interpreti. La paura è un pericolo, ‘fear is a danger’, canta Caleb in “The immortals”; “Everything I cherish is slowly dying or it’s gone”, insiste poi in “Pyro”. Lotta per tenere sotto controllo il trito cliché del rock che ha condizionato la genesi di questo disco: “successo = svendita”, l’orribile equazione sbagliata che ancora oggi può creare paranoia a chi a 28 anni, come nel suo caso, vuole sentirsi libero di evolvere restando sé stesso con l’auspicio che la gente capisca e accetti. Evita l’autocommiserazione da rockstar bollita, però, e parlare ancora a quelle 100 persone che hanno creduto in lui quando era nessuno è un titolo di merito, oltre che una rivendicazione di integrità. Da "Youth & young manhood" a “Come around sundown” è stato finora un viaggio lungo, l’itinerario di tre fratelli e un cugino strattonati tra sacro e profano, tra il bigottismo pentecostale e il rock and roll. Nel viaggio i Kings Of Leon continuano a imparare a suonare e migliorano: non più grezzi ma non meno autentici, sfornano pezzi più compiuti ed hanno assorbito in centinaia di date suonate da supporter dei ‘più grandi’ i rudimenti per avere senso di fronte a decine di migliaia di persone in spazi aperti. Nel viaggio quell’influenza iniziale di modelli come Stones e Allman Brothers si è stratificata nella loro personale vicenda. Nel viaggio hanno mantenuto l’accento ma perso la pronuncia garage-punk, hanno rinunciato alla cittadinanza indie, e questo li mette un po’ a disagio nonostante abbiano prodotto un grande album. Nel viaggio si misureranno con la sfida che hanno lanciato a sé stessi: scrivere il mainstream rock di qualità dei prossimi anni, senza trucchi, come U2, R.E.M. e Pearl Jam.


(Giampiero Di Carlo)

TRACKLIST

01. The end
02. Radioactive
03. Pyro
04. Mary
05. The face
06. The immortals
07. Back down South
08. Beach side
09. No money
10. Pony up
11. Birthday
12. Mi amigo
13. Pickup truck
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