«TIN CAN TRUST - Los Lobos» la recensione di Rockol

Los Lobos - TIN CAN TRUST - la recensione

Recensione del 28 set 2010

La recensione

Poveri Los Lobos, maledetta sindrome dello one hit wonder. Il pubblico un po’ âgée li ricorda ancora come “quelli de La bamba”, pensando che l’orologio sia fermo a quel 1987 che, grazie alla cover di Ritchie Valens, regalò loro un effimero successo e un’arma a doppio taglio. Altri, un po’ più attenti, li etichettano come roots rockers di vaglia ma ostinatamente ancorati alla tradizione. Bravi, ma schiavi di una formula che ha fatto il suo tempo. Niente di più sbagliato. Anche se gli anni sulle spalle pesano almeno quanto i chili sul giro vita, i Lupi di East Los Angeles sono una band molto moderna: che attinge sì al folk e al norteño, al blues e al soul, al rock’n’roll anni ’50 e all’r&b, ma con piglio ancora agile e inventivo, abile a variare le ricette dosando gli ingredienti in modi sempre diversi. Dietro l’apparenza di rustici chicanos di periferia, i cinque (ora rinforzati dal percussionista Cougar Estrada) nascondono un gusto estremamente raffinato; senza alcun intellettualismo, sfoggiano una lucida intelligenza musicale che fa il paio con un intuito animalesco e una spontaneità che sono tra le loro doti naturali. Il loro asso nella manica è la versatilità, la capacità di giocare con due o tre punte a fronte palco: il timbro roco e ruvido di Cesar Rosas a presidiare la sponda più “tradizionale” del loro fiume di musica, la voce soul e squillante, alla Steve Winwood, di David Hidalgo a esplorare il versante più cantautorale e sperimentale (non sarà un caso che sia un richiestissimo session man, e che anche Dylan lo abbia voluto con sé per “Together through life” e in tournée). L’altro punto di forza è la costanza, l’affidabilità: difficile, nella loro discografia, pizzicare un solo disco che non valga la pena di essere ascoltato. L’ultimo in ordine di tempo, “Tin can trust”, appartiene al catalogo di serie A, anche se non sembra che se ne siano accorti in molti: più coraggioso del pur eccellente “Good morning Aztlan”, più vitale di “The town and the city”, meno autocelebrativo di “The ride”. Il termine di paragone è piuttosto il capolavoro “Kiko”, perché qui i Lobos suonano moderatamente “progressivi” ma senza le forzature di “Colossal head” e “This time”, i due dischi della seconda metà dei ‘90 in cui il produttore Mitchell Froom si divertì in maniera quasi perversa (ed esagerando un po’) a scomporre e destrutturare il loro suono. “Tin can trust” è piuttosto un esercizio di understatement musicale in cui i Lobos si confermano maestri del riff strisciante e subliminale, del blues esoterico da terzo millennio; un melting pot che alle etnie di riferimento, quella nordamericana e quella ispanica, aggiunge i sapori di un mondo nuovo, caotico, sradicato e con identità confuse. Che riescano nell’intento con un disco catturato quasi in presa diretta, i musicisti tutti insieme in studio di registrazione come non avveniva da tempo, è un’ulteriore testimonianza della solidissima professionalità e della potente alchimia che li contraddistingue. Questo è un disco niente affatto nostalgico, calato invece nel presente: i “ponti che bruciano”, il taglio netto col passato, il pauperismo diffuso del nuovo disordine mondiale (il titolo dell’album allude al vecchio barattolo di latta in cui, in tempi di magra, si conservano i pochi spiccioli rimasti) sono il tema dominante di una collezione di canzoni perfettamente in sintonia con lo spirito dei tempi, a tutte le latitudini del mondo. “Burn it down”, chitarra acustica, contrabbasso e la voce ospite di Susan Tedeschi, è un inizio perfetto, nel solco di quella grande “American music” di cui Louie Pérez e Hidalgo, la coppia di autori più prolifica, sono degni continuatori dai tempi lontani di “Will the wolf survive” e “One time one night”. Anche stavolta la loro penna è ispirata: “On main street” ha il passo strascicato e l’atmosfera soprapensiero di una passeggiata nel barrio, una vivida cartolina scattata tra la umanità varia che anima la vita di quartiere; l’acustica “The lady and the rose” esplora il lato più folk, poetico e intimista della loro ispirazione, mentre “27 Spanishes” è un piccolo bignami storico (la conquista spagnola del Messico) che si chiude come un sommesso inno all’integrazione, le sanguinose guerre di un tempo che lasciano spazio a una nuova armonia in nome della musica e della chitarra. “Tin can trust” e la meravigliosa “Jupiter or the moon” stanno dalle parti di “Kiko and the lavender moon”: ipnotiche, cinematografiche, apparentemente svagate, canzoni multistrato in cui si intrecciano fili sottili ma robusti di chitarre, bassi e percussioni, percorsi sotterranei che si rivelano solo dopo ripetuti ascolti, possibilmente in cuffia. Stonano un po’, in questo clima votato alla “fusion” culturale, i due immancabili “traditionals” latini: “Yo canto” è l’ennesima escursione di Rosas nella cumbia, stile danzabile importato dalla Colombia e diventato popolarissimo in Messico negli anni ‘60; “Mujer ingrata” un norteño scandito dalla fisarmonica di Hidalgo e uguale a tanti altri. Cesar, il lupo con il pizzetto e gli immancabili occhiali scuri, si riscatta con “All my bridges burning”, un torrido ed emozionante rock blues che porta anche la firma di Robert Hunter, il paroliere di Jerry Garcia che in lui ha trovato un nuovo alter ego. I Grateful Dead sono un amore di lunga data del quintetto, testimoniato anche su disco e nelle scalette dei concerti: e dopo “Bertha” i Lobos stavolta affrontano la scanzonata “West L.A. fadeway” (dal best seller “In the dark”) superando i maestri con assoluta nonchalance. L’incedere rilassato e il piglio sciolto sono gli stessi dei vecchi Dead, il ritmo fluido e rotolante quanto basta: con la differenza che i Lobos di oggi, rispetto ai Grateful di fine anni ’80, hanno più muscoli e più energia. Sono un motore diesel, una Chevy che non ti lascia mai a piedi. E pazienza se troppa gente ha occhi solo per i nuovi modelli luccicanti che scorrazzano sulle highways della musica. Quando andranno in rottamazione, probabilmente i Lobos saranno ancora lì a macinare musica e chilometri.



(Alfredo Marziano)
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