«LONELY AVENUE - Ben Folds» la recensione di Rockol

Ben Folds - LONELY AVENUE - la recensione

Recensione del 27 set 2010 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci sono molte cose da dire su questo album, talmente tante che è meglio partire con un consiglio secco: compratevelo, e ascoltatelo alla vecchia maniera, con i testi del libretto sottomano.
"Lonely avenue" è l’ennesima bella prova di quello strano personaggio che risponde al nome di Ben Folds. Uno che ha la faccia da nerd, fa cose da nerd in rete come divertenti video su YouTube o ripubblicare i suoi dischi in formato de-compresso e remixabili con Garageband. Ma poi fa retro-rock: con il piano e poco più, sulla scia di gente come, Elton John e Joe Jackson . Per l’occasione si è accoppiato con Nick Hornby, lo scrittore inglese di "Febbre a 90°" e "Alta fedeltà", che ha scritto 11 micro-racconti, che Folds ha messo in musica, senza cambiare una parola, come ci ha raccontato quando l’abbiamo intervistato.
E’ un disco d’altri tempi nel suono, più ricco del solito - e arrangiato da Paul Buckmaster, colui che rese grande con i suoi archi “Madman across the water” di Sir Elton - inciso in analogico, con canzoni che rielaborano sonoramente le storie; storie che hanno il marchio di Hornby: la passione per la musica nell’omaggio a Doc Pomus dell’omonima canzone, la comicità (il ragazzo che scopre di essersi scopato la figlia di Sarah Palin e reagisce dicendo: “Sono solo un fottuto redneck, mi piace andare in giro con gli amici, andare a pesca e a sparare alle cose, se mi rompi i coglioni ti spacco il culo”); la malinconia della bellissima e straziante “Picture window”, dove la finestra è quella di un ospedale la notte di capodanno, e la malinconia comica di Belinda, canzone d'amore dedicata ad una hostess dal seno grosso (“mi ha dato dello champagne in più”), scritta come se fosse una citazione di una vecchia hit (inesistente).
Le canzoni funzionano a prescindere, direbbe Totò. Nulla di particolarmente innovativo, intendiamoci; “solo” pop-rock di altissima qualità, quello a cui Folds ci ha abituati – si fa per dire. Ma il disco prende davvero vita in quel poco di fatica supplementare richiesta all’ascoltatore nell’unire musica e parole; quel poco di fatica a cui non siamo più abituati, presi come siamo dall’ascolto compulsivo e distratto. Dischi come questi ti fanno ritrovare il piacere e il valore dell’attenzione.

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