«SOMETIME IN NEW YORK CITY - John Lennon» la recensione di Rockol

John Lennon - SOMETIME IN NEW YORK CITY - la recensione

Recensione del 09 ott 2010 a cura di Franco Zanetti

La recensione

“Insomma, era stata un po' un'annata no, quella lì”. Lo dichiaravano Cochi e Renato nel 1974 in “Supermarket”, dall'album “E la vita, la vita” - è il monologo dei “tacchi dadi e datteri” - e si riferivano all'andamento commerciale dei maltagliati senza riga, ma l'osservazione vale anche per il 1972 dei Beatles da solisti.
Quell'anno Paul McCartney, che nel 1971 aveva pubblicato ben due album (“Ram”, il suo secondo da solista, benché accreditato alla coppia Paul & Linda, e il debutto degli Wings, il singolare – disprezzatissimo, ma a me personalmente non dispiace - “Wild life”) fece uscire tre singoli di qualità e riscontro di pubblico e critica piuttosto altalenante (“Give Ireland back to the Irish”, uscito in febbraio; “Mary had a little lamb”, uscito in maggio; e, il migliore dei tre, “Hi hi hi” / “C moon”, uscito all'inizio di dicembre).
George Harrison nel 1972 fu totalmente assente dal mercato discografico (del resto veniva da due album tripli, il suo “All things must pass”, novembre 1970, e il box del concerto per il Bangla Desh da lui voluto e organizzato, dicembre 1971). E Ringo Starr, nel 1972, si fece vivo (in marzo) solo con un singolo, e nemmeno uno dei suoi più riusciti: “Back off Boogaloo”.
John Lennon, da parte sua, veniva da un doppio centro: quello dell'album “Imagine” (settembre 1971) e quello del singolo “Happy Xmas (War is over)”, uscito in tempo per il mercato natalizio e destinato a diventare una classica Christmas song.
Nel 1971, in settembre, lui e Yoko si erano trasferiti a New York e nel giro di pochi mesi erano già finiti sotto osservazione dell'FBI per le loro frequentazioni politiche (Jerry Rubin e Abbie Hoffman) e per il loro coinvolgimento nel sostegno a John Sinclair e Angela Davis.
Intanto avevano ingaggiato la band degli Elephant's Memory - un gruppo scarsamente conosciuto, che aveva avuto solo un piccolo successo con il singolo “Moongoose”, nel 1969, grazie al quale erano stati inclusi nella colonna sonora del film “Un uomo da marciapiede” (con due brani, "Jungle gym zoo" e "Old man willow") - e avevano chiamato in aiuto il batterista Jim Keltner. In tre mesi, fino al marzo del 1972, registrarono le canzoni del primo dei due dischi dell'album, affidandole alla produzione di Phil Spector.
Se nel marzo del 1972 John e Yoko erano a New York, e si dedicavano attivamente alle cause politiche e sociali, nello stesso mese dello stesso anno io me ne stavo in Lombardia, nella mia cittadina di provincia: avevo 18 anni, ufficialmente studiavo medicina all'Università ma in effetti dedicavo quasi tutto il mio tempo a registrare, prestati da amici, quanti più dischi potevo, compatibilmente con il costo delle bobine di nastro magnetico del registratore Gelosino (quello con i tasti colorati). Gli unici dischi che possedevo erano quelli dei Beatles – li stavo acquistando sistematicamente, e a ritroso, dato che ero partito da “Abbey Road” - e, da collezionista completista, comperavo anche quelli dei Beatles solisti. Non avevo acquistato i primissimi tre di Lennon (“Unfinished music No.1: Two virgins”, “Unfinished music No.2: Life with the Lions” e il “Wedding album”, che mi ripromettevo di cercare più avanti: erano tutti accreditati alla coppia John e Yoko, come del resto lo è “Sometime in New York City”), ma di John possedevo e avevo molto ascoltato “John Lennon/Plastic Ono Band” e “Imagine”. All'epoca mi era piaciuto più il secondo del primo; erano entrambi, comunque, dischi “personali”, di severa autoanalisi il primo, più serenamente intimista il secondo. In quel tempo, l'unica fonte di notizie musicali era il settimanale “Ciao 2001”: e fu lì che appresi la notizia dell'imminente uscita di un nuovo disco di John Lennon – che, con grave nocumento delle mie scarse possibilità economiche, era annunciato come un doppio.
Quando arrivò nel mio solito negozio, e fu messo in vetrina, andavo a guardarmelo interrogandomi se fosse il caso di svenarmi per comperarlo: avevo letto che era molto diverso da “Imagine”, che le canzoni erano tutte di taglio impegnato, e che quattro erano cantate da Yoko (per la quale, come ogni beatlefan lealista paulista, nutrivo un'invincibile avversione, non ancora superata). Quindi, mi dicevo, forse non meritava, in fondo, che spendessi tutti quei soldi per portarmelo a casa. Però lo stesso pensiero l'avevano fatto anche tutti quelli che conoscevo e dai quali mi facevo prestare i dischi; quindi, fu giocoforza arrendersi e versare il mio obolo – ma non al solito negozio: alla Standa, dove costava qualcosina di meno.
A casa, cominciai a studiare l'oggetto. La copertina del disco, come già tre mesi prima quella di “Thick as a brick” dei Jethro Tull, imitava la prima pagina di un giornale; a sinistra della testata – dentro la sagoma di una mela – c'era la fotografia di un tipo con gli occhiali da sole (avrei appreso molto tempo dopo che si trattava di Phil Spector, produttore dell'album), e sotto alcune foto (una, molto buffa, era un fotomontaggio in cui Nixon e Mao ballavano nudi) e i testi di quattro canzoni, che apparivano quasi come gli articoli di prima pagina dell'immaginario quotidiano. Già visualmente, dunque, era espresso il concetto che i brani del disco si occupavano di attualità, di argomenti della cronaca contemporanea, specialmente americana (con una notevole eccezione di cui dirò poi). “Attica State” racconta la rivolta nel penitenziario di Attica esplosa il 13 settembre 1971, la cui repressione causò 40 vittime (“I detenuti non hanno ucciso / Rockefeller ha premuto il grilletto” - Nelson Rockefeller era allora il governatore dello stato di New York); “John Sinclair” è dedicata al leader degli Yippies imprigionato per possesso di marijuana; e “Angela” ad Angela Davis, l'esponente delle Pantere Nere, anch'essa in carcere. Tutta gente e tutti avvenimenti ai quali un diciottenne italiano medio di provincia dell'epoca – a quei tempi si diventava maggiorenni a ventuno anni, ricordatelo – non aveva dedicato molta attenzione (o forse ero semplicemente io che non vi avevo dedicato molta attenzione, così poco politicamente impegnato com'ero e come sono sempre rimasto; lo dico senza rimorsi ma anche senza rimpianti).
Sì, di Angela Davis si era parlato un po', anche in Italia, ma forse (e colpevolmente) più per l'iconica fisicità e per la gran testa di capelli ricci che per le sue convinzioni politiche. Si era parlato molto, invece, delle questioni irlandesi, alle quali fanno riferimento due canzoni dell'album: “Sunday, bloody sunday” (praticamente una instant song, dato che la “domenica di sangue” in cui a Derry, in Irlanda del Nord, i paracadutisti britannici aprirono il fuoco contro una folla di dimostranti cattolici, uccidendone quattordici, era datata 30 gennaio del 1972) e “The luck of the Irish”. Quest'ultima fu scritta nell'autunno del 1971, e infatti oltre a essere stata registrata in forma di demo il 12 dicembre di quell'anno fu anche eseguita dal vivo almeno quattro volte fra dicembre 1971 e febbraio 1972; però “Give Ireland back to the Irish” di McCartney uscì quattro mesi prima dell'album di Lennon (negli States; sette mesi prima se si considera che l'uscita europea avvenne nel settembre del 1972), e quel che è molto probabile è che John si sia indispettito non poco, dato che era stato anticipato – e “superato a sinistra” - dal suo ex amico e compagno di gruppo.
L'album, comunque, si apre con una canzone firmata Lennon-Ono: quella “Woman is the nigger of the world” con cui la coppia prendeva apertamente posizione a favore del femminismo rampante (il brano fu pubblicato anche come singolo, e una sua versione abbreviata fu poi inclusa nell'antologia “Shaved fish”, 1975). In chiave femminista è anche “Sisters o sisters”, cantata da Yoko: una specie di twist (ma secondo Lennon il brano doveva avere un'atmosfera reggae) non privo di una sua perversa orecchiabilità. Anche “Born in a prison” è di Yoko, e la canta lei: una specie di filastrocca esistenziale, abbastanza tipica della visione del mondo della giapponese e del suo modo peculiare di filosofeggiare.
“New York City” è una sorta di diario di bordo dei primi mesi newyorchesi della coppia: il testo è un riassunto di quel che i due hanno fatto e visto dal loro arrivo a New York, un po' sullo stile di “The ballad of John & Yoko”, e il brano, un rock energico e grintoso, è sicuramente uno dei migliori dell'album. “We're all water”, ultima traccia del lato B del primo dei due dischi, è Yoko al suo meglio (o peggio, a seconda dei punti di vista: una di quelle sue poesie a formula iterativa, non prive di qualche intuizione felice, ma difficilmente definibili “canzoni” - soprattutto se cantate (si fa per dire) da lei.
Quel che ricordo dei miei ascolti dell'album è che mi piacquero soprattutto “Woman is the nigger of the world” e la potente, esplicita “The luck of the Irish”, nel cui testo gli inglesi vengono definiti “briganti” e responsabili di genocidio. John e Yoko si alternano nel cantato, e per una volta, nell'ambientazione sonora quasi folk del brano, la voce da banshee di Yoko sembra quasi starci a pennello.
Il primo dei due dischi è suonato e cantato da John (chitarre e voce), Yoko (batteria e voce), Jim Keltner (batteria), Klaus Voormann (basso) e dagli Elephant's Memory (Stan Bronstein, Wayne 'Tex' Gabriel, Richard Frank Jr., Adam Ippolito e Gary Van Scyoc. Il secondo disco è tutta un'altra storia. Intanto ricordo di averlo ascoltato al massimo un paio di volte – dovrei dare un'occhiata al vinile, sono quasi sicuro che non abbia il minimo graffietto. La facciata A del secondo disco contiene la registrazione dal vivo di una performance benefica avvenuta a sostegno dell'UNICEF al Lyceum Ballroom di Londra, il 15 dicembre del 1969. “Cold turkey” e “Don't worry Kyoko” sono versioni estese e dal vivo delle due canzoni uscite su singolo nell'ottobre del 1969: tosta la prima, benché un po' pasticciata, interminabile (sedici minuti!) la seconda, sostanzialmente una collezione di striduli vocalizzi di Yoko Ono (oggi, nel revisionismo imperante, certe cose di Yoko vengono considerate grandi esempi di intellettualismo avanguardistico; sarà anche vero, ma vi sfido a uscire indenni da questi sedici minuti di attentato ai timpani). Va notato comunque che il concerto al Lyceum fu l'ultima volta che Lennon si esibì in pubblico insieme ad un altro Beatle. Perché, in effetti, la band di quella sera è una specie di supergruppo, che oltre a George Harrison comprendeva Eric Clapton, Delaney & Bonnie, Jim Gordon, Nicky Hopkins (il cui piano elettrico, andato perduto nella registrazione live, fu risuonato e sovrainciso a New York), Bobby Keyes, Keith Moon, Billy Preston, Klaus Voormann, Alan White e Jim Price. Nelle note di copertina, scritte a mano da Lennon, tutti i nomi sono volutamente storpiati; ad eccezione di Price, non accreditato, gli altri musicisti sono ribattezzati, nell'ordine, 'Derek Claptoe', 'Bilanie & Donnie', 'Jim Bordom', 'Sticky Topkins', 'Robbie Knees', 'Kief Spoon', 'Billy Presstud', 'Raus Doorman' e 'Dallas White'.
La facciata B del secondo disco documenta la partecipazione di John e Yoko al bis di un concerto tenuto al Fillmore East di New York il 6 giugno 1971 da Frank Zappa con le Mothers of Invention. Si apre con una versione live di “Well (Baby please don't go)” degli Olympics, facciata B del singolo “Western movies” – Lennon la presenta così: “Questa è una canzone che cantavo al Cavern di Liverpool; non l'ho più ricantata da allora, quindi...”, ma ne aveva registrato una cover ad Abbey Road il 19 febbraio del 1971 durante le sessions di “Power to the people”: è contenuta nel box “Anthology” e nel best di quel box, “Wonsaponatime” - e prosegue con tre brani qui intitolati “Jamrag” (attribuita nei credits a Lennon e Ono), “Scumbag” (attribuita nei credits a Lennon, Ono e Zappa) e "Aü" (attribuita nei credits a Lennon e Ono). “Jamrag”, però, è in realtà “King Kong”, un pezzo di Zappa dall'album “Uncle Meat” (1969). Su questa facciata dell'album, riconoscendo la mia totale incompetenza in materia zappiana, ho chiesto una expertise al principe degli zappologi, il mio maestro e donno Riccardo Bertoncelli, che così la descrive:

“Da zappiano snobbone non ho mai considerato di troppo interesse la quarta facciata di ‘Some Time in New York City’: ma forse dovrei usare la congiunzione e dire meglio ‘da zappiano e snobbone’. Da zappiano perchè quella formazione con Kaylan e Volman non l’ho mai digerita e trovo che il disco registrato negli stessi giorni (‘Fillmore June 1971’) sia uno dei punti più bassi di tutta la discografia di FZ; e da snobbone perché il Lennon del 1971 sarà anche stato un dio in terra ma si comportava come un dilettante, un velleitario faso-tuto-mi che sapeva quali persone “giuste” frequentare ma si fermava giusto ai convenevoli. Dallo storico incontro non venne praticamente nulla, a parte ripetuti colpi di tonsilla di Yoko e la triviale provocazione di ‘Scumbag’, fatta cantare alla folla osannante neanche si trattasse di ‘Yellow Submarine’ (ma sai che divertimento, molto meglio i Gufi con qualche osteria di quelle giuste). La cosa più divertente è che John e Yoko si imbucarono praticamente in uno show di Zappa, presentandosi a mani nude o quasi, e poi pretesero di far loro da padroni. Le registrazioni vennero tagliuzzate, rimontate e sovraincise secondo i voleri di Casa Reale e le note riportarono, noblesse oblige, ‘John & Yoko plus Frank Zappa etc etc’ (nell’eccetera erano compresi ragazzuoli tipo Don Preston, Ian Underwood, Aynsley Dunbar – scusate se è poco). Insomma, davanti a certe malefatte di John e Yoko è impossibile essere negazionisti!”.

Una versione rimixata di questo materiale è stata ripubblicata nel 1992 in un album di Zappa, “Playground Psychotics” (sono le tracce dalla 22 alla 26 del primo dei due Cd), nel quale la chitarra di Frank è messa più in evidenza e alcuni titoli sono diversi: “Well”, “Say please” (attribuita a Lennon, Ono e Zappa), “Aawk” (ancora Lennon, Ono e Zappa”, “Scumbag” (Lennon, Ono, Howard Kaylan, Zappa: nella versione di “Playground Psychotics” si sente Kaylan improvvisare un testo, che fra l'altro dice “Now Yoko's on the scumbag”, cioè “Adesso Yoko è nel preservativo”) e "A small eternity with Yoko Ono" (Lennon, Ono) – un titolo ironico che la dice lunga sull'effetto dell'ascolto del brano.
Nella prima pubblicazione rimasterizzata di “Sometime in New York City” (2005), condensata in un unico Cd, buona parte del materiale con Zappa è stata omessa – sopravvive solo “Well (Baby please don't go)” - e sono state incluse due bonus tracks (“Listen, the snow is falling” e “Happy Xmas”). Da notare che “We're all water” e “Don't worry Kyoko” hanno una durata diversa rispetto alla versione su long playing.
Terminato il resoconto, occorrerebbe una valutazione critica; difficile essere equilibrati, perché indubbiamente la caratteristica principale delle canzoni del disco – la loro stretta attualità cronachistica, che scivola spesso nello sloganistico – ne costituisce anche la maggiore debolezza intrinseca. Però, anche se l'album è solitamente considerato uno dei lavori meno riusciti di Lennon (e lo è, principalmente per l'eccessiva quantità di materiale contenuto), va segnalato che, oltre a documentare un periodo fortemente protestatario dell'ispirazione lirica di John, e a contenere alcuni spunti non disprezzabili anche di Yoko (in particolare “We're all water” e, a gusto personale, anche “Woman is the nigger of the world”, illuminata da un gran sax), un paio di canzoni sono di buona qualità musicale (“Attica State” e “New York City”) e “The luck of the Irish” è indubitabilmente più efficace, nel proprio ambito, dell'analoga “Give Ireland back to the Irish” di McCartney.
Adesso che sono passati tanti anni, sono contento di averlo comprato all’epoca, questo album: quell’edizione in doppio vinile avrà un certo valore... e poi, insomma, certi dischi bisogna pur averli. Riascoltarli di frequente magari anche no; ma scriverne questa volta è stata una buona occasione per farlo.

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