«SIGNORINE NOVECENTO - Sorelle Marinetti» la recensione di Rockol

Sorelle Marinetti - SIGNORINE NOVECENTO - la recensione

Recensione del 29 lug 2010

La recensione

Lo so, questa recensione esce con imperdonabile ritardo (il disco è uscito in primavera). E' perché è stata scritta con imperdonabile ritardo: ma ho una giustificazione. Non mi andava di raccontare questo (bel) disco senza riflettere un po' sul fenomeno Sorelle Marinetti Sorelle Marinetti, e le riflessioni, si sa, hanno bisogno di tempo e tranquillità – per esempio, quelli che ti regala un lungo viaggio in automobile di sabato, quando il telefonino tace e non sei pressato da orari e scadenze.
Dunque, le Sorelle Marinetti. Di loro ho recentemente scritto, su Rockol: “Un progetto meraviglioso, in cui il gusto per il repertorio delle canzonette italiane del Novecento (del Novecento fra le due guerre) si sublima nell’averne affidato l’esecuzione a un trio maschile en travesti che, però, unisce l’autoironia divertente a una tecnica vocale impeccabile. Poi, certo, conta anche la confezione, contano la grafica postfuturista/littoria, contano i costumi; conta, in sintesi, il pensiero che tiene insieme tutto il progetto, che cammina costantemente, in periglioso equilibrio, sulla linea di discrimine fra il sublime e il cazzaro”.
Sostanzialmente ignote al grande pubblico fino allo scorso febbraio, quando sono comparse come backing vocalists di Arisa nelle esecuzioni sanremesi di “Malamorenò”, le Sorelle Marinetti sono un cult, nel senso che – credo – non vorrebbero essere altro di diverso (o, almeno, il loro creatore, Giorgio Bozzo, credo non vorrebbe che fossero altro di diverso). Però Bozzo si scontra con la forza dell'immagine che alle Marinetti ha costruito: troppo vivaci, troppo divertenti, troppo brillanti per poter essere considerate anche (come in effetti sono) molto, molto brave, grazie ai propri meriti e a quelli di chi le assiste e di chi collabora con loro. Ovvio che un maestro del nazionalpopolare anche un po' becero come Pippo Baudo abbia cercato, in televisione, di buttarla sul buffo, fingendo di non ricordare il loro nome e chiamandole “Sorelle Bandiera”, così - e volutamente - confondendole con il trio di drag queen “de noantri” inventato da Renzo Arbore nel 1976 (erano quelle di “Fatti più in là”, qualcuno abbastanza anziano come me se le ricorderà).
A contrastare il rischio della sottostima, della catalogazione alla voce “freaks”, penso che Bozzo abbia voluto, in questo secondo disco delle Sorelle Marinetti, sottolineare proprio i pregi eminentemente artistici del trio, facendolo lavorare su un repertorio apparentemente leggero ma in realtà di qualità musicale elevatissima, servita come merita da una realizzazione musicale di maniacale perfezione (uso “maniacale” in senso elogiativo, s'intende) allestita dal maestro Christian Schmitz, qui anche coproduttore, con la sua Orchestra Maniscalchi ( la recensione del loro album ) e da un'interpretazione vocale impeccabile.
Ecco, forse è qui il busillis: l'eccesso di bravura. Provo a spiegarmi. Ascoltando il disco, e ammesso di non sapere che le Sorelle Marinetti sono tre uomini che si esibiscono en travesti (Nicola Olivieri, Andrea Allione e Marco Lugli), quella che senti è una riproposizione elegantissima, forse persino migliorata rispetto al modello originario, di alcuni brani – non sempre i più noti, anzi: la ricerca storica dei curatori del disco si è spinta a livelli di ipercompetenza, come evidenziano le note del libretto di copertina – del Trio Lescano.
E quello che provi è, per dirla con gli anglosassoni, “awe”: rispettosa, quasi intimidita ammirazione. La prova anche chi assiste agli spettacoli delle Sorelle, ma dal vivo essa è temperata da un sorriso, da un ammiccamento, da una mossetta che il disco non può offrire. Sicché, ti ritrovi a pensare continuamente quanto siano ben suonate e quanto siano ben cantate e quanto siano ben scelte le canzoni che ascolti, ma ti manca il “nudge”, quella strizzata d'occhio, quella gomitatina d'intesa che dal vivo costituisce il vero valore aggiunto delle Sorelle Marinetti. Che sono altrettanto brave dal vivo, intendiamoci: le loro armonizzazioni vocali sono strepitose, e suscitano (nel competente) un'ammirazione senza riserve.
E dunque, qual è il nocciolo del discorso? Ah, saperlo. Ve l'ho detto, qui vi riferisco le mie riflessioni. Non sono certo io a poter dare suggerimenti a Bozzo. E sono perfettamente consapevole del fatto che certe scelte bisogna farle e difenderle, e che è molto più facile star qui a pontificare su una tastiera che guidare un progetto ardito e sorprendente come questo. Essendo io, a proposito della “linea di discrimine fra il sublime e il cazzaro”, sempre incline a pendere verso il secondo, mi vien da pensare che il gioco dell'armonizzazione vocale potrebbe essere applicato a un repertorio diverso e meno elitario; ma, anche qui, capisco che il rischio è quello di buttarla troppo sul ridere, e che poi il gioco mostrerebbe troppo velocemente la corda (vedi l'esperimento con Gennaro Cosmo Parlato). Allora bisognerebbe trovare degli autori capaci di scrivere, oggi, canzoni che raccontino il nostro tempo con testi leggeri ma non banali, così come le canzoni fra le due guerre – le migliori fra quelle canzoni - raccontavano il loro tempo. Già, hai detto niente. Ma temo, o spero, che questa diventi una scelta obbligata. Difficile, rischiosa, ma obbligata. Altrimenti quello delle Sorelle Marinetti rischia di diventare un esercizio di calligrafia: mirabile, ma con la testa rivolta all'indietro. Per passatisti e nostalgici, come me (e badate: questo disco è bellissimo, e ascoltarlo guidando è rasserenante e persino emozionante): quindi per pochi.
La teoria del “super-serving the niche” (provate, se avete voglia, a leggere qua) è stata utilissima a Lady Gaga, ma lei – bravissima, in ogni senso: sto ascoltando e riascoltando il suo disco proprio in questi giorni, dopo averlo colpevolmente trascurato, e ne sono affascinato – aveva altre mire, e un pubblico potenzialmente planetario. Alle Sorelle Marinetti il “super-serving the niche” può essere utile, ma poi dalla nicchia bisogna uscire verso il mainstream. Oppure, con un gesto nobilissimo e punk, bisogna lasciare quando si è al massimo.
E cosa potrebbero fare di più e meglio di quanto hanno fatto in “Signorine Novecento”, le tre amabili sorelle? Io non conosco la risposta. Mi auguro che Giorgio Bozzo l'abbia già trovata, perché il terzo disco sarà uno snodo cruciale.
PS: e se la “terza via” fosse quella indicata, lo scorso anno, dall'EP “Note di Natale”? L'album tematico? Lo scopriremo solo vivendo...
(Franco Zanetti)

Tracklist:
“Danza con me”
“Dove e quando”
“Signorina Grandi Firme”
“Il treno della neve”
“Il gatto in cantina”
“Ricordati ragazzo”
“Streghe”
“Grandi magazzini”
“Serenata a Vallechiara” “Vado in Cina e torno”
“Liebes kleines Fraulein” “Ma perché”
“Il maestro innamorato”
“Arcobaleno”
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